Follow by Email

domenica 26 agosto 2018

Il mestiere della lampadina

Una certa lampadina che viveva piantata in un giardino, accendendosi automaticamente al crepuscolo, brontolava rivolta alla lampadina vicina, che era rimasta spenta:
- "Quando si fa il mestiere della lampadina, e si hanno solo i turni di notte, ci si abitua a vedere avvicinarsi solo le farfalle. Poiché sono gli unici esseri viventi a sentirsi attratti, si vuol loro molto bene; ma le farfalle imparano presto che, ad avvicinarsi troppo si rischia di rimanere bruciate. E così si mantengono a distanza di sicurezza, attratte e insieme respinte. Il mestiere della lampadina è un bel mestiere, sì... ma anche molto solitario..."
L'altra non rispose: forse era di quelle che si accendono solo a comando, o forse, più probabilmente, era fulminata.


mercoledì 22 agosto 2018

Padroni di casa

Se uno è padrone di una casa, la tiene in ordine e pulita, perché gli sia di conforto.
Ma se uno pulisce case, non ne diventa solo per questo il padrone.
Così, se uno è padrone della propria vita, la tiene in ordine e pulita; ma occuparsi soltanto di vivere bene non ha mai reso nessuno padrone della propria vita.

domenica 19 agosto 2018

Allergia a se stessi

L'allergia è l'incapacità del Sistema Immunitario di stabilire con certezza cosa sia "me" e cosa sia "altro da me", e quindi possa risultare potenzialmente pericoloso.
E' dunque uno stato confusionale su quello che si è, su quello che ognuno può chiamare con certezza "Io".
In questa confusione il S.I. attacca agenti niente affatto pericolosi (persino spesso benefici) come se fossero nemici mortali, oppure scambia parte di sé con agenti nemici esterni, e finisce quindi per aggredire se stesso, fino a distruggersi.
In questo senso non è errato dire che l'individuo risulta allergico a se stesso, non si sopporta, si vive come un nemico interno, e d'altra parte si identifica col proprio aguzzino.
In questa confusione, l'odio verso il diverso (di tutti i tipi) non è che la manifestazione esteriore dell'odio che si ha verso se stessi associata all'incapacità di definirsi come essere individuato e dai margini netti. E' la disperazione di non sapere "cosa" si sia, e di non avere nessuno di cui fidarsi e a cui chiederlo.
Non vi è terrore più grande che quello di temere che il proprio assassino viva nella propria stessa casa... e che si chiami Io. Ed è un terrore che non consente di ammettere questa verità terribile in un colloquio interiore, perché l'interlocutore è proprio questo Io... che è anche l'oscura presenza alla quale ci si riferisce quando si dice: "c'è qualcosa più forte di me che mi obbliga (o mi impedisce) di fare qualcosa".
Ora, quanti oggi non soffrono di allergia o almeno di intolleranza? Ovvero, quanti oggi riescono ancora a tollerarsi abbastanza da non temersi e da non aver voglia di fuggire da loro stessi? Quanti possono fidarsi di se stessi abbastanza da chiedersi chi sono e sentirsi dare un risposta?

Pholeterion

sabato 18 agosto 2018

Amicizia

Molti chiamano "amicizia" la disponibilità reciproca ad ascoltare, pensando ai fatti propri, mentre l'altro parla a se stesso di se stesso.

venerdì 17 agosto 2018

Locazioni

Si può venire al mondo come si entra in una casa nuova, e passare tutto il tempo in cui vi si rimane ad averne cura, e ad occuparsi della manutenzione ordinaria, mentre la si usa.
E si può farlo entrando come in un monolocale e passare tutto il tempo ad ampliarlo fino a farlo diventare una cattedrale gotica, perché alla fine vi entrino molti altri.
Sono due atteggiamenti, che distinguono (essi solo!) due razze di uomini.

mercoledì 15 agosto 2018

Le idee di Porfirio

“La morte è di due tipi: la prima, più conosciuta, che avviene quando il corpo si scioglie dall'anima,
e la seconda, quella dei filosofi, che avviene quando l’anima si scioglie dal corpo; 
e la seconda non segue affatto la prima.”


Quando queste due cose, l'Anima (maschio) e il Corpo (femmina), dopo essere stati impastati insieme a costituire - secondo quanto ci è stato detto - la vita umana (solo quella umana), decidono di separarsi come una vecchia coppia di amanti in cui sia cessata l'attrazione erotica, occorre stabilire a chi sarà affidato il Figlio, che è la Coscienza, se l'unione è risultata feconda.
La separazione, o meglio la soluzione (scioglimento) che Porfirio attribuisce ai filosofi è quella in cui il Figlio è affidato al Padre, cosa che accade raramente. Come sempre più raramente le unioni risultano spontaneamente feconde.
Sarebbe comunque cosa buona che ciascuno, ogni volta che muore, si chieda con chi sta il Figlio... ad esempio, ogni anno, nel giorno del proprio compleanno si celebra la morte a un mondo e la nascita a un altro... ed è il momento giusto per porsi questa domanda.


venerdì 10 agosto 2018

Poltergeist

In una trasmissione televisiva di divulgazione scientifica, il cui intento era dimostrare come non c'è niente che la scienza non possa spiegare, o meglio che è vero solo ciò che la scienza dimostra, si faceva un curioso esperimento: si invitavano persone dotate di "capacità percettive extrasensoriali" in una casa che si dichiarava infestata da fantasmi. A loro insaputa era stato posto in quella casa un apparato capace di generare infrasuoni (ovvero suoni la cui frequenza è al di sotto della soglia di udibilità per l'orecchio umano).
I soggetti, sottoposti agli infrasuoni che non udivano (naturalmente!) dichiaravano tuttavia di percepire brividi, orripilazione e sensazione di vertigine, reazioni in base alle quali confermavano le presenze di fantasmi in quella casa.
A questo punto gli scienziati svelavano il trucco e i medium facevano una figura barbina.
Come - credo - anche gli scienziati, che, a loro stesso dire, avevano dimostrato che esistono moltissime frequenze che l'uomo non può percepire perché al di sotto (infra-) o al di sopra (ultra-) della soglia percettiva, anche con tutti i sensi rimanenti; esistono dunque suoni certo, ma anche visioni, odori e corpi (in senso lato) che non possiamo udire, odorare, vedere e toccare... cosicché  viviamo immersi in un mare di entità energetiche sconosciute. E che formano una Realtà ben più concreta e vasta di quella che chiamiamo, arrogantemente, tale.
E' vero però che, se era questo che si voleva dimostrare, nell'impercettibile non si nasconde alcunché di soprannaturale..., ma anzi è l'uomo a non essere ancora compiutamente realizzato nella propria natura. In verità appare come il Multiverso sia compiuto e perfetto, ancorché lungi dall'essere compreso nella sua integrità da chi pretende di esserne il dominatore e la forma più evoluta.
Certo l'esperimento dimostra come, al di là delle interpretazioni fallaci che la mente ne può dare, Vero è ciò che ognuno percepisce e da cui ognuno viene - di conseguenza - emozionato, anche se si tratta di qualcosa che - come accade nei sogni - non appartiene a una realtà visibile, toccabile, ascoltabile... Le allucinazioni (tali per gli osservatori esterni) sono, per chi le ha, verità, che producono reazioni fisiologiche e psicologiche estremamente veritiere nell'esperienza individuale... cosicché ognuno ha una propria realtà in cui si muove, della cui oggettività non può aversi certezza.
Esiste allora una Scienza Sacra (come la chiamano alcuni) che, a differenza delle scienze naturali, è deputata non a studiare il mondo sconosciuto all'uomo riconducendolo alla sua comprensione, ma a condurre l'uomo a realizzare infine la propria possibilità di percepire l'interezza della Realtà, attraverso l'ampliamento delle sue capacità connaturate ma inespresse, per semplice constatazione di Essa. Si tratta, come è chiaro, di una Scienza della Coscienza, perché - come questa Scienza dell'Uomo insegna - egli è interamente il Multiverso nel quale abita.

Pholeterion.it


giovedì 9 agosto 2018

Piccole cose

La vera amicizia si rivela nelle piccole cose. Nelle grandi, semplicemente, non c'è.

Onde sopravvivere

La vita organica è un'onda. Sono Viventi quelli che sanno cavalcarne la cresta come un surfista, in equilibrio, facendosene portare. Tutti gli altri ne sono sommersi, travolti, soffocati.

Pholeterion

mercoledì 8 agosto 2018

La parola del maestro

Il maestro ha sempre ragione... è vero, ma nessuno deve essere obbligato a dargliela. Essere nel torto è un diritto umano.

martedì 7 agosto 2018

Beati i depressi

La depressione è la percezione del vuoto che si trova al centro dell'essere umano per sua specifica costituzione. L'uomo è una perla che si cristallizza attorno a un granello di sabbia che è il suo vuoto.
Questo vuoto è simile a un sole attorno al quale si condensa un cosmo, o - se visto dalla parte opposta - a un buco nero all'interno del quale esso viene riassorbito; questo vuoto è lo stesso che vi è tra le due ampolle di una clessidra, attraverso il quale scorre la sabbia... attraverso il quale dunque il contenuto di ciò che è in alto scende in basso.
Il buco vuoto è colmato dalla sabbia che scorre finché scorre; non c'è vuoto fin tanto che ciò avviene. Quando l'ampolla di sopra è vuota, la sabbia non scorre più, e il vuoto si manifesta; ed è un sgomento doloroso, la paura dell'assenza. Allora è il tempo di rovesciare la clessidra, perché ogni granello riprenda a scorrere.
La depressione è il segnale che la propria vita deve essere ribaltata: non vi è depressione se la sostanza scorre e finché lo fa...
Questo essere un vuoto che si colma al passaggio, è la funzione di tramite che ha l'uomo, per sua natura... è la funzione umana "in genere", nella sua forma organica. La percezione del vuoto è dunque in sé la scoperta della propria ragione di vita, in senso assoluto.
La domanda che il depresso si fa: che vivo a fare? (che è la domanda più seria che uno possa farsi) trova la propria risposta all'interno di se stessa.
Ma una volta che si sia - per propria fortuna - sperimentato il vuoto, se si pensa che esso possa essere colmato da qualcosa che non cada dall'alto, ma risalga dal basso, ci si sbaglia; e ci si condanna all'insopportabile percezione della propria inutilità. E' solo allora che la depressione diventa una malattia.

domenica 5 agosto 2018

Lampi

Viviamo in questo mondo come ciechi dalla nascita. Conosciamo ogni angolo di esso e ci muoviamo come se ci vedessimo, con sicurezza e precisione.
Se un lampo di luce, improvvisamente, lo illumina, non ce ne accorgiamo, perché siamo ciechi; ma alcuni scoprono, proprio in quel momento, di non essere ciechi, ma solo di ignorare di avere una vista, dato che non avevano mai avuto occasione di verificarlo prima. E quelli allora si adoperano per trasformare un lampo in una illuminazione costante, cercando l'aiuto di quanti - come loro - ci vedono. Il mondo dei ciechi va per altre strade, risponde ad altre esigenze, e non ha né bisogno, né desiderio della luce.

giovedì 2 agosto 2018

Brutti sogni

Uno degli amici che camminano con me mi ha raccontato un sogno che l'aveva visibilmente turbato, sia per il contenuto che per l'impressione di verità che gli aveva trasmesso.
Vi erano al mondo alcune persone che vestivano una sorta di saio turchino, pallide ed emaciate, dagli occhi affossati; si trattava di malati terminali. Il sognatore apparteneva a una sorta di corpo militare il cui compito era di sorvegliare queste persone, in parte per proteggerle data la loro fragilità, in parte per evitare che si incontrassero tra loro. Ogni sorvegliante si occupava di un solo malato e lo osservava da lontano con discrezione. Il motivo per il quale questi malati non dovevano incontrarsi era che tra maschi e femmine si doveva evitare che nascessero amori; se una donna infatti fosse rimasta incinta, ammesso che non fosse morta prima di partorire, il neonato sarebbe stato della stessa genìa dei genitori, dunque un morente, sebbene appena nato... il paradosso, che nel sogno si manifestava come una sorta di pericolo tormentoso nell'anima del sognatore, e che lo inquietava profondamente, era appunto che potessero nascere dei morenti, e che una sorta di mutazione genetica producesse questa nuova specie della razza umana: i morenti!
Ci siamo, insieme, sforzati di analizzare il sogno... non con l'intento di farne oggetto di psicoanalisi soggettiva, ma con quello di farne affiorare un qualche messaggio recondito oggettivo, se ci fosse stato. Abbiamo osservato come la vita organica sembri voler travalicare i limiti della morte, e come vita e morte riproducano se stesse: la vita attraverso la morte, la morte attraverso la vita. La vita organica non guarda in faccia nessuno, non le interessa la forma di vita alla quale il suo meccanismo dà luogo, ma è solo interessata a riprodurre se stessa... la vita - sembra dire il sogno - è dominata dalla paura di morire.
Ho chiesto al mio amico quale fosse - nel sogno - la posizione del sorvegliante/sognatore, in base alle emozioni che provava: mi ha detto che si sentiva inquieto, angosciato, ma che sapeva che i morenti erano ancora in minoranza rispetto all'umanità, e che provava un desiderio di protezione verso di loro che si allargava alla necessità di isolarli tra loro al fine di non perpetuare il loro dolore. Lui sorvegliava una donna e provava per lei una immensa tenerezza; comprendeva che aveva tanto bisogno d'amore, anche se non aveva speranza... Ma questo amore - terribilmente - avrebbe prodotto un dolore connaturato con la vita stessa... Ricordava, il mio amico, di aver sentito dire recentemente da un medico che curava dei malati gravi che quello che non si può curare, si può però cronicizzare... quindi - diceva il medico - si è di molto allungata la speranza di vita. "Forse - aggiungeva - sono rimasto colpito da questa frase..."

mercoledì 1 agosto 2018

P.I.P. Prodotto Interno Pulito

Un tale, avendo ricevuto in eredità da suo padre un sacco con della semenza, un campo e gli insegnamenti dell’opera, prese a coltivare del grano.
Quanto aveva ricevuto era tutto molto buono, sicché ottenne dieci misure di grano; poiché per vivere a lui ne serviva una sola, tutti gli consigliavano di vendere le restanti: se avesse trovato compratori, sarebbe in breve diventato ricco. Ma il contadino aveva quello che gli serviva e allora fece sapere che avrebbe distribuito in dono le altre ai primi nove poveri che si fossero presentati. Vennero, e lui donò, sfidando la rabbia di altri contadini che perdevano così dei potenziali clienti. Ma il contadino disse: “Io dono a quelli che non hanno abbastanza denaro per comprare la vostra merce, quindi non vi tolgo niente.”
Dopo alcune stagioni, uno di quelli che riceveva una misura sentì il bisogno di sdebitarsi in qualche modo, e andò dal contadino:
-“Vorrei poter contraccambiare i tuoi doni, e siccome non ho niente altro che quello che tu mi doni,  ho pensato di venire a lavorare con te, in modo che tu possa faticare la metà, per ottenere le dieci misure.”
-“ Se tu vieni, io non voglio faticare di meno, ma sarò contento perché produrremo venti misure.”
Così si fece, e, tolte le due misure che servivano ai due per sopravvivere, ne restarono diciotto, che vennero distribuite. Tra i diciotto beneficiari, due chiesero di partecipare al lavoro, non sembrando loro giusto di vivere senza dar nulla in cambio. Così si ebbero quaranta misure e trentasei beneficiari, tra i quali alcuni chiesero di lavorare…