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sabato 29 aprile 2017

Del dolore e della pace

La storia di ogni uomo è contrassegnata da episodi dolorosi.
Alcuni sono improvvisi rovesci, drammi istantanei; altri sono sottili, progressivi, incessanti dolori che si mantengono sotto la soglia della sopportabilità e che distruggono (ma inesorabilmente) solo alla lunga.
Nessun uomo maturo può dire di non aver provato, e di non essere stato provato, da uno o più dolori.
Alcuni però si identificano con il proprio dolore, ne fanno un totem, un idolo a cui sacrificare il resto della propria vita e una giustificazione per ogni fallimento o rinuncia presente e a venire.
Altri guardano avanti, come l'escursionista solo: avanza lungo un sentiero pericoloso e irto, avendo sulle spalle lo zaino del proprio dolore. Certo, avanzerebbe più spedito se non portasse pesi, ma, giunto in cima, il contenuto di quella zaino sarà svuotato, conterrà anzi il pasto del riposo (ma come?), e il ritorno sarà leggero.
Il dolore va attraversato, non idolatrato né respinto.
Perché l'umanità di oggi è così intrisa di dolore che dispera di attraversarlo, e richiede una sola cosa: non sentirlo. Si irrigidisce e si ripiega per resistergli meglio; o conduce la propria dolorosa vita come cercando di renderla un anestetico, che alla lunga intossica e aggiunge dolore a dolore. Non si è mai sentito che il dolore anestetizzi dal dolore, a meno che non ce se ne procuri uno più forte. E così molti fanno.
Vi è molto dolore inutilmente procurato, ma il dolore che ha maggior peso e senso è quello che proviene dalla lotta contro se stessi.
Ciò perché, mentre la causa del dolore non è quasi mai permanente, la reazione a tale causa può protrarsi perché la si tiene in vita e la si alimenta, o non si riesce ad allontanarsi da essa. Sono quei fantasmi di cui si dice che non riescano a trovare la luce e rimangano intrappolati tra i vivi.
Chi lotta contro se stesso ha però - lui solo, non l'anestetizzato - una grande possibilità: incontra fatalmente un luogo dell'anima, un punto, in cui si riconosce impotente, o vinto, privo di mezzi per superare se stesso (come potrebbe essere diversamente?). In quel punto egli si arrende, davvero, e si lascia inondare dal dolore contro il quale aveva creduto di combattere. In quel momento può accadere un miracolo, e cioè che il cercatore di pace venga invece trovato.
E il miracolo più grande è che egli si rende conto che il dolore inutile e la ricerca vana di pace, la lotta perduta contro se stesso, sono stati una Necessità per trovare quel punto, e il contrario dell'inutile: sono stati una grande vittoria. E si sente un prescelto, un fortunato.
Purtroppo alcuni di questi possibili fortunati, si fermano un attimo prima di arrendersi, cioè non si arrendono affatto, ma voltano le spalle al dolore rabbiosamente perché ritengono che gli sforzi siano improduttivi. Si attendono "certi" risultati e rifiutano quindi la loro stessa impossibilità di ottenerli, cosa che è invece "il Risultato".
La vittoria è nella sconfitta, ma non lo sapranno mai.


Zaino


domenica 23 aprile 2017

Umanità e Spiritualità

Nella condizione in cui la sola ricchezza posseduta è l'immondizia, cioè tutto quello che si era creduto non servisse e ora ci sommerge, è naturale che alcuni inganni vengano svelati, ed è naturale che si verifichino all'opposto alcune allucinazioni.
Gli scarti della nostra personalità, le parti brutte che non ci piacciono e che nascondiamo persino a noi stessi, sotto lo zerbino dello nostre maschere, diventano le sole che ci contraddistinguono come Me. Le sole risorse.
Queste parti, affiorano e diventano ciò con cui - soltanto -  ci possiamo relazionare con gli altri, avendo esse soffocato e seppellito quelle "belle". Per cui le nostre relazioni divengono belluine, rapaci, predatorie e ferine.
In questa condizione si produce inevitabilmente questa allucinazione: quando l'uomo è ricco di umanità (intesa come un relazionarsi reciproco e consonante, armonico e solidale), allora guarda oltre e si chiede quale sia la spiritualità che gli compete e alla quale possa accedere come dimensione sovra-umana, come cioè egli possa superare se stesso; ma quando l'umanità è assente, è normale che sia proprio l'umanità ad essere la sola sfera cui può aspirare la belva.
Così oggi molti confondono la spiritualità con l'umanità, considerando "spirituale" il buon sentimento che, nell'uomo, lo portava spontaneamente ad aiutare chi soffre o a rialzare chi cade, o l'attitudine contemplativa che ci faceva amare un tramonto o un bambino.
Non è così, occorre saperlo: questo è solo umano.

Bambini al tramonto. Altri, forse, all'alba.


sabato 22 aprile 2017

Immondizia

Nello Sri Lanka, il 15 aprile scorso, una montagna di rifiuti alta 91 metri si è abbattuta su una baraccopoli uccidendo 19 persone.
Il 21 aprile un documentario Rai sulla spazzatura ha illustrato come sia ormai chiara al mondo scientifico l'insostenibilità della produzione di rifiuti, che potrà, a seconda delle interpretazioni dar luogo, entro un centinaio d'anni o due, all'estinzione della razza umana, sepolta, come nello Sri Lanka, dalla propria immondizia. Uno degli scenari possibili è questa estinzione tout court, l'altra è che, come avvenne nel lontano passato della storia del nostro Pianeta, l'inquinamento produca rivoluzioni nel metabolismo stesso della natura. Avvenne che nacque l'ossigeno, uccidendo le primitive forme di vita che non lo tolleravano e che erano nate nella sua assenza, ma ciò produsse la nascita delle specie attuali tra cui l'uomo. Quindi, alcuni scienziati, quelli ottimisti, ritengono che i batteri, capaci di adattarsi rapidamente, alla estinzione dell'umanità, possano generare altre forme di vita più alte ed evolute a partire dalla precedente rovina.
Naturalmente, tra le righe, il documentario trova il modo di far notare come il consumismo (e con esso ogni forma economica e politica che ne deriva o che lo sorregge) si estinguerà avendo portato a morte i consumatori. Chi vive nelle vicinanza delle discariche (una in Ghana in particolare) ha una speranza di vita non superiore ai trent'anni, e i 13nni sono già così avvelenati da aver già prodotto danni organici irreversibili, anche al cervello.
Questo è lo stato dell'umanità che "fa la differenziata", e anche finta di niente.
Ma al di là della cronaca, occorre sempre estrapolare il significato metaforico degli avvenimenti, ovvero il riverbero che essi hanno sulle coscienze individuali: ho dovuto ricevere gli aspri rimbrotti di due coniugi anziani perché avevo tentato di gettare un pezzo di carta nel "loro cassonetto"; e l'affermazione drastica di una vicina che sostiene di avere il diritto di tenere l'immondizia fuor di casa sua mettendola davanti alla mia porta. Nel primo caso si nota un'affezione all'immondizia che, alla fine, si manifesta come l'unica cosa che si ha e quindi l'unica cosa da difendere; nella seconda il tentativo di gettare l'immondizia che si produce (l'uomo è un sistema dissipativo) addosso agli altri nell'illusione pacchiana di essersene liberati.
Cose queste, entrambe, che si mostrano evidenti anche sul piano morale e caratterizzano le relazioni sociali di questa fase terminale dell'umanità. Relazioni ferine, dato che l'umanità (intesa come sentimento di solidarietà umana e di mutuo sostegno) è un ricordo. Se all'Umanità (razza umana) si sottrae l'umanità (solidarietà) si ottiene un prodotto simile al caffè decaffeinato: una cosa che non è più ciò che era, ma che si vende come se lo fosse, e a prezzo maggiorato.

Panorama della Sri Lanka

lunedì 17 aprile 2017

Foci e voci

Un tale, aspirante monaco, aveva passato diversi anni presso un maestro, quando un giorno, avendo ascoltato un discorso di lui e avendone data una interpretazione, ne ebbe un'illuminazione.
Si recò allora dal maestro e gli disse: "Maestro, grazie a te ho improvvisamente e chiaramente compreso che ho bisogno di ritrovare la mia origine, il luogo da dove provengo, e per questo ho deciso di tornare a casa oggi stesso; ti ringrazio per questo e per il grande lavoro che hai fatto su di me."
"Vai pure - rispose il maestro - ma non devi ringraziarmi, perché, se è pur vero che ho fatto un grande e faticoso lavoro su di te, esso non ha prodotto alcun frutto." Girategli le spalle, l'anziano maestro si allontanò con passo stanco.
Il discepolo, sconcertato, si avviò lentamente lungo la strada che l'avrebbe ricondotto a casa.
Per qualche ora, durante il cammino, fu immerso nei suoi pensieri: non riusciva a capire perché il maestro, che avrebbe dovuto - come sperava - rallegrarsi per la sua illuminazione, gli aveva risposto in modo così distaccato e con tale amarezza.
Non sapeva più quanto aveva camminato quando, molto contrito, le forze gli mancarono e si impose di riposare. Era giunto senza accorgersene sulla sponda di un fiume poderoso, che più a monte avrebbe dovuto attraversare.
Si sedette e prese le sue provviste per rifocillarsi, ma il suo sguardo fu catturato dal lento, pacifico e poderoso scivolare del fiume. Vide che scorreva nella direzione opposta a quella che lui, tornando a casa, aveva preso.
"Certo, io torno all'origine e il fiume se ne allontana andando verso il mare. Non può fare altro."
Si addormentò, e sognò il suo maestro.
"Qual è - gli diceva in sogno - l'origine dell'origine?"
Risvegliatosi di colpo, il discepolo comprese: l'origine del fiume non era la fonte, ma il mare, che evaporando dava luogo alla pioggia che alimentava la falda che sgorgava come polla sorgiva e dava origine al fiume... e quindi per andare all'origine vera egli - come faceva irresistibilmente il fiume - avrebbe dovuto andare avanti, non tornare indietro!
Il discepolo si rallegrò della sua intuizione e ringraziò in cuor suo il maestro che non l'aveva abbandonato.
Preso da rinnovato vigore volle tornare da lui e si incamminò..., ma fu fermato da una voce interiore che, irata, gli gridò: "Che fai, torni di nuovo indietro?"

Una foce


domenica 16 aprile 2017

Prìncipi e princìpi

C'era una volta un giovane Principe. Bello e pieno di grazia come lo si può immaginare, egli se ne stava tutto il giorno, e la notte anche, sulla torre d'avorio immerso nei suoi libri.
Non usciva mai, mangiava poco, pensava troppo, non aveva amici.
Il re padre, vedendone il pallore e la malinconia se ne preoccupò e non potendo ottenere le confidenze del figlio che si era ormai ritirato nel proprio isolamento, mandò a chiamare il solito saggio che si era a sua volta rifugiato nella solita caverna sulle montagne, isolandosi non meno del principino.
Costui, il saggio, disse che non aveva voglia di muoversi e che, se proprio era necessario, il principe fosse condotto a lui. Con riluttanza, così si fece.
I due restarono soli nella caverna per tre giorni interi, senza che nessuno potesse avvicinarsi. Poi il principe montò sul suo solito cavallo bianco e cavalcò via.
Dopo qualche giorno, il vecchio saggio, che non aveva detto una sola parola circa la visita del principe, ricevette la visita del re, che, adirato, voleva conoscere l'esito di quel lungo colloquio.
Mentre si preparava il caffè con la moka, e nessuno li disturbava, il vecchio disse al re:
"Tuo figlio è timido, perché è un principe. Il suo lignaggio prevede che egli sia, per natura, colmo di nobiltà, di orgoglio della propria discendenza e delle qualità che contraddistinguono i condottieri, i padri della patria e gli eroi. Egli si è innamorato di una fanciulla che vede dalla torre mentre ricama e canta in una piccola casa del villaggio e che non sa di essere ammirata da lui. Credo si chiami Silvia. Vorrebbe avvicinarsi, ma non è abituato a frequentare persone e il suo stesso amore lo rende timido, perché teme di non poter essere all'altezza delle aspettative della fanciulla che, sebbene sia povera e si consideri indegna di lui, si aspetta però che un principe abbia tutte le nobili qualità che gli si attribuiscono. Dipende dal fatto che tu, o re, hai fatto del tutto per farti conoscere come nobile, saggio, eroico e generoso perché il tuo popolo ti amasse, ti ammirasse, ti venerasse. Da tuo figlio tutti si aspettano che sia della tua stessa stoffa. Chissà poi - azzardò il saggio - se tu lo sei davvero o se l'idea che tutti si sono fatti di te non sia il prodotto di una campagna di comunicazione... Comunque, dal principe ci si aspetta che incarni ogni nobile principio e qualità possibili, e che inoltre sia colmo di quelle specifiche qualità virili che - come hai fatto tu - assicurino figli maschi e dunque una discendenza regale. Dunque, se egli si avvicinasse alla fanciulla con il suo pallore, la sua timidezza, il suo impaccio e il suo tremore, ella ne resterebbe delusa fortemente e persino, egli crede, lo deriderebbe, fino a parlarne con le sue amiche e a diffondere tra il popolo un'idea della famiglia reale opposta a quella che tu hai creato negli anni. Per questo egli si è ritirato e teme di farsi vedere, teme di non essere all'altezza (proprio lui che tutti chiamano "Altezza"!) e di deluderti. Ma l'amore lo divora e ne brucia la carne."
"Ma dov'è ora? -  chiese il re tra il preoccupato e l'adirato -.Non è più tornato a palazzo!".
"Ah, ecco... - rispose esitando il vecchio saggio -, credo sia andato da quella fanciulla che ricama cantando..."
"E...?" ansimò il re.
"Vedi, nei tre giorni che è stato qui ho approfittato della sua predisposizione allo studio per fargli imparare un discorsetto da farle, e penso che abbia dato seguito alle intenzioni che l'ho quasi costretto a dichiarare..."
"Come? Quali?"
"Ecco... il discorso suonava pressappoco così: ti amo, sono pallido, timido, e sebbene mi dicano carino sono poco palestrato, e nient'affatto aderente all'immagine che mio padre ha creato per sé e che penso voglia farmi incarnare. Sono un misero uomo, fragile, emotivo, indeciso, incapace di prendere decisioni e di mantenerle, insicuro; non sono neanche così bello e non so proprio se io sia così virile, anche se - quando penso a te - il desiderio mi divora. Eccomi, questo sono. Ma ho un cavallo bianco, vuoi salirci su e venire via con me?"
"Ha davvero fatto questo stupido discorso a quella ragazza del popolo?"
"Beh, non ne sono tanto sicuro, ma un maniscalco che ha bottega vicino a quella ragazza è venuto a trovarmi ieri per chiedermi un medicamento, e mi ha detto di aver visto il principe bussare alla porta della fanciulla e di averli poi visti andare via insieme sul cavallo bianco..."
"Come? - ansimò ancora il re senza fiato e paonazzo in volto - Dove? Perché...?"
"Mah..., il maniscalco ha bottega proprio tanto vicino e ha colto qualche parola... certo ha dovuto smettere di picchiare sull'incudine, ma l'ha potuta sentire..."
"E cosa...?"
"Sembra che la fanciulla abbia detto: solo un principe, solo un nobile può dichiararsi umilmente un nulla. Solo un forte può dichiararsi debole e rischiare il giudizio. Solo un grande può fingersi piccolo, quando tutti i piccoli non fanno che fingersi grandi. Solo un Uomo può dire ti amo mentre si dichiara indegno di essere amato, perché solo un Uomo Vero ama senza chiedere di essere ricambiato. Se hai un cavallo sei ricco, perché può portarci lontano. Andiamo."
"E dunque?"
"Credo che tuo figlio abbia fondato con la sua regina un regno altrove, dove avrà la sua discendenza, se Dio vorrà, e non la tua."
Al re prese un infarto fatale e non ebbe discendenza. Il suo trono è ancora vacante, se qualcuno vuole il suo regno...

Ai miei scarsi lettori, una buona Pasqua di resurrezione.

Un principe che si vede che è falso


martedì 11 aprile 2017

Sulla paura di essere "altro", parte II

Mi si obietterà che, se avessi ragione, non ci sarebbe qualche milione di fedeli di tutte le religioni ad affollare i luoghi di culto; né devoti talmente ferventi da dar luogo a guerre di religione.
Se avessi ragione, si dirà, la paura della dimensione metafisica e religiosa avrebbe impedito queste adesioni di massa alla fede.
A guardar bene, però, ci si accorge che questo genere di fede non mette in discussione il proprio simulacro, ma anzi gli conferisce stabilità, e conferma che è esso ad essere IO, con una specie di gioco - stavolta - iperrealista.
Questo genere di fede infatti produce un'attenzione alla vita di ogni giorno, dona un senso "alto" - a volte - alle sue follie, giustifica il dolore e il sacrificio, e assicura che viverla onestamente e con sentimenti bonari e amorevoli condurrà a un benessere "altrove"; ma intanto tutto rimanga com'è, a partire da se stessi e da quello che "si crede" di essere.
L'altra forma, invece, impone di scavare dentro di sé alla ricerca della radice del proprio essere e ciò è faticoso, richiede pazienza, disciplina e costanza; dunque rende l'esistenza precaria nella misura in cui la tranquillità non è altro che un equilibrio stabile. Chi si sottopone liberamente a questa ricerca rinuncia all'equilibrio e alla stabilità, non rimanda ad altra vita ciò che può fare subito, si convince presto che non si tratta di ben operare qui per ottenere ricompense, ma che si ha a disposizione un tempo che l'uomo chiama vita per fare quello che gli altri fedeli attendono come un dono o una remunerazione. Farlo, e da sé!
Sanno che si hanno remunerazioni dalla propria stessa opera mentre la si compie, come frutto secondario del lavoro di scavo all'interno di sé alla ricerca del sé altro, mentre gli altri cercano l'altro da sé, che proprio per questo non coinvolge minimamente il sé in sé.
Certo sono scelte, modalità di aderire a una richiesta fondamentale dell'umano di andare oltre; direzioni opposte di ricerca, la cui scelta è determinata da fattori individuali che affondano le proprie radici addirittura nella linea di generazione, quindi nei luoghi e nelle culture, negli avi e nelle ascendenze, nelle condizioni di esistenza che hanno definito la condizione generale di ogni essere.
O forse no, perché forse, quelli che scavano scelgono di farlo prescindendo da queste condizioni, mentre invece - semplicemente - gli altri non ne prescindono. Sì, forse così è più giusto, dato che ogni essere che si incarni in questo mondo subisce pur sempre una prigionia...


Iperrealismo: quando l'imitazione del vero è tale da essere presa per il vero.


Sulla paura di essere "altro"

Quando si propone ad una persona di intraprendere un così detto "percorso spirituale" si incontrano sempre smarrimento e paura. La si può leggere negli occhi di chi riceve questa proposta; è anzi da considerare un "segno" la reazione che se ne ricava; perché - invece - a qualcuno, molto raramente, brillano gli occhi mentre è percepibile in lui un palpito del cuore simile a un battito d'ali.
Chi ha paura è colui che ha costruito faticosamente un modello che chiama IO, o "me"; tanto faticosamente che - pur sapendo oscuramente che non si tratta che di un simulacro - non intende smantellarlo perché teme il vuoto che lascerebbe e la fatica immane che costituirebbe il doverne ricostruire un altro, nuovo; e poi fondato sul nulla, sull'assenza di ogni vera entità riconoscibile come IO. Costui sa di "non essere", e venir costretto a constatarlo senza possibilità di rifugiarsi nel proprio simulacro è abbastanza da terrorizzarlo.
Ora, intraprendere un così detto "percorso spirituale" consiste propriamente nell'indagare sulla propria, vera, natura. E ciò, in chi ha una percezione oscura del vuoto che c'è sotto il simulacro non è accettabile. Questo livello di percezione "oscura" è ben definito sub-conscio.
D'altronde in diverse occasioni ho cercato di far notare come la diffusione di questo sentimento di smarrimento sia alla base della dilagante psicosi, della paranoia che la descrive e dell'ossessione e compulsione che tentano di coprirla o compensarla.
Il mondo del sub-conscio è - riguardo alla descrizione del mondo psichico che ne fa la psicoanalisi - un mondo sotterraneo, e descrive quindi una sub-realtà. Non è quindi ingiustificato dichiarare che tutto ciò che questo mendo descrive come "reale" è invece "surreale", non meno di certi dipinti di Dalì dai quali riceviamo lo stesso senso di smarrimento che - pure - il subconsio restituisce a certi che indaghino sulla natura della propria individualità.
Ce n'è abbastanza per giustificare l'orrore che la proposta di intraprendere una seria ricerca spirituale comporta in questi. C'è inoltre da dire che il simulacro, nel suo significato originario,
"Un simulacro designa un'apparenza che non rinvia ad alcuna realtà sotto-giacente, e pretende di valere per quella stessa realtà. La parola deriva dal latino simulacrum, statua, figura, e indicava originariamente l'immagine o la rappresentazione di una divinità, in special modo nelle celle dei templi, oggetto di culto nell'antichità. (Wikipedia)"
ha una forte valenza religiosa, e quindi se è il simulacro a dover essere messo in questione, non ci si può stupire se proprio la spiritualità sia il più temuto dei banchi di prova. Ho visto persone fare gesti apotropaici, a scacciare il ... maligno, quando gli si prospetta di vedere un po' di luce nei propri personali sotterranei.
Ma poi c'è colui al quale brillano gli occhi, ed è quello che lotta con se stesso per rovesciarsi come un calzino, in modo che quello che è interno, interiore (si direbbe giustamente esoterico) possa emergere ed essere reso visibile; costui sa (non oscuramente, ma luminosamente) nel proprio sovra-conscio (che è quella parte di coscienza che un vero essere umano possiede in potenza, per natura, ma che non sa usare), che la parte di sé a se stesso invisibile è la parte più bella, più luminosa e più esaltante da trovare. Costui è stufo di simulacri, non vuole immagini, né di sé né di altri, più o meno invisibili: egli vuole possedere la sua propria essenza e natura, quella vera.
Costui non ha paura di essere "altro", sa di essere Altro e l'unica sua paura è di non avere il tempo di rivelarselo e rivelarlo.

Dalì, "La persistenza della memoria" [di non essere?]





venerdì 7 aprile 2017

Doveri coniugali

Un tale monaco, che praticava da anni sotto la direzione di un illustre maestro spirituale e che si era sempre dimostrato molto attento e solerte nell'esecuzione dei compiti che gli venivano affidati, giunto ad una età matura passata quasi interamente in preghiera, sentì bussare un giorno alla sua cella.
Aprì, e trovò un novizio che, dopo un breve inchino (omaggio alla sua anzianità), ma con il sorriso sulle labbra (omaggio alla propria giovanile arroganza) gli comunicò che il maestro gli ordinava di rendere conto, alla fine di ogni mese, di ogni volta che avesse mancato alla sua preghiera giornaliera; e che doveva dare questa comunicazione a un altro novizio, arrivato da tanto poco che il monaco non lo conosceva nemmeno.
Il monaco chinò il capo e tacque, ma provò una forte ribellione e una rabbia quasi incontenibile. Ma la lunga pratica del silenzio e della pazienza ebbero il sopravvento, e si concesse qualche tempo di meditazione prima di esprimere le sue emozioni.
Il giorno dopo, uscito nel chiostro per le sue orazioni (che era uso fare passeggiando assorto in esse) si accorse di uno strano fenomeno: non ricordava più le parole delle preghiere che faceva ogni giorno da decenni. E si disse: "Ecco, il fatto stesso di dover fare ciò che volevo fare, diventa un disturbo e un impedimento." E la sua rabbia aumentò.
Il caso volle (ma il caso, si sa non esiste) che il suo maestro passasse di lì in quel momento di smarrimento, di vuoto mentale, di dimenticanza e di rabbia; il monaco non poté fare a meno di avvicinarsi a lui e con rispetto, ma col tumulto nel cuore, lo apostrofò:
- "Maestro, mi hai fatto ordinare da un novizio di far sapere a uno sconosciuto del mio incontro quotidiano con Dio; è una cosa privata, è una cosa che riguarda solo Lui e me e alla quale, tu lo sai, io non manco mai da anni, perché quella preghiera è il mio conforto, il mio luogo d'incontro col Padre. Perché hai voluto ferirmi? Mi sento come uno sposo che, innamorato perso della sposa, la desidera appassionatamente e ogni notte va da lei per esserne accolto teneramente, e che si vede ordinare di farlo perché si tratta di un dovere coniugale! La dolce tenerezza diventa la fredda obbedienza a un ordine superiore! Un ordine a me, che non ne avevo certo bisogno!"
Il maestro ascoltò con viso serio e attento.
- "Se ciò che vuoi fare con piacere è esattamente ciò che devi fare, perché non sopporti che ti si chieda di renderne conto?"
- "Perché la mia libertà di amare diventa obbligo di amare chi altri vuole, e perde di intensità."
- "E al contrario la tua libertà, quella che il tuo amore quotidiano ha prodotto, non consiste proprio nel fare ciò che ami appassionatamente fare e che, se non lo amassi, dovresti fare per obbligo? La tua libertà è nel tuo amore, e ora lo sai. Chi ama può dimenticare la maniera di dimostrarlo, come tu dimentichi le parole della preghiera, ma se è sincero, prega vivendo ogni momento la sua stessa vita e rimproverandosi per le sue dimenticanze.
Sei libero perché ami, e per quanto riguarda me, puoi lasciare questo luogo e andare a predicare libertà nel mondo."
Il maestro si allontanò, ma - fatti alcuni passi - si voltò e aggiunse: "Ma non dimenticare di notificare le tue dimenticanze al novizio ogni fine mese..."
- Lo farò - rispose il monaco - perché non ho più maestri da ora, ma sono diventato il servitore dei novizi... a loro devo rendere conto!"



giovedì 6 aprile 2017

Under costriction

La terribile notizia della ragazza anoressica morta di fame, vegliata per giorni dalla madre attonita, e poi da lei messa in un trolley ed abbandonata, è amaro spunto per alcune riflessioni.
Un madre che non riesce a nutrire è una madre annullata: espletata la sua funzione (automatica) di genitrice, fallisce totalmente quella di nutrice. Perché?
Nell'anoressia, chi ne soffre vive un rapporto ambivalente con la madre: se ne accetta il nutrimento (affettivo più che alimentare, certo), lo percepisce come "velenoso", e quindi lo rifiuta; come rifiuta la propria stessa esistenza non riconoscendosi persino nella propria immagine riflessa: nello specchio vede la madre.
E tuttavia, non avendo altro nutrimento che quello tossico, è fatale che l'esito sia letale, per avvelenamento o per fame. Uccidersi è l'unico modo di uccidere la madre e salvarsi da lei.
Questa madre che non si perdona, compie un gesto riparatore: mette la figlia in posizione fetale e la incorpora in un utero simbolico, poi l'abbandona e fugge, spaventata della sua stessa azione.
Non intendo con questo esaminare il fatto con piglio analitico (o peggio psico-analitico), ma con un approccio simbolico, o per meglio dire, analogico.
Se questa madre fosse la metafora di questo mondo, e se l'umanità ne fosse figlia? Se non potessimo ormai scegliere che tra il veleno e la fame? Se la via di fuga unica che riusciamo ad immaginare fosse una regressione all'utero di questa madre, ma solo post mortem? Se l'umanità stesse facendo del tutto per uccidersi al fine di uccidere la madre avvelenatrice con la quale si è identificata finora, non conoscendo altri metodi?
Propongo una riflessione complessiva sulle possibili vie alternative. Se non se ne trovassero, auspico che la riflessione risulti guaritrice e che torni un sano appetito.

PS: in tutto questo, il padre dov'è?


Uno strumento utile per regredire


mercoledì 5 aprile 2017

Piena dis-occupazione

E se tutti quelli che non trovano lavoro e che hanno persino smesso di cercarlo si mettessero a lavorare gratis? Non avrebbero niente da perderci, occuperebbero il tempo che li annoia, sceglierebbero certo qualcosa che a loro piace fare e che sanno fare bene.
Sconvolgerebbero le regole... pensandoci su, forse commetterebbero anche un reato perché lavorando in libertà non avrebbe senso chiedere una licenza o aprire una partita IVA o pagare le tasse, dato che non guadagnano niente... e forse farebbero arrabbiare quelli che per fare lo stesso lavoro chiedono di essere pagati, certo.
Se ricevessero in cambio da qualcuno un piccolo dono, magari delle uova come si faceva una volta, o una gallina, dovrebbero dichiararla al fisco? Chiedere a un commercialista, non lo so.
Di colpo però, una cosa così piccola, semplice e banale sconvolgerebbe ogni regola economica e obbligherebbe a trovare un nuovo modo di stare insieme.
Pensate al disagio di chi deve chiedere una prestazione, che so, una riparazione delle scarpe rotte a uno che non chiede niente in cambio... non sentirebbe il desiderio spontaneo di restituire in qualche modo il favore? e non modificherebbe con ciò la base stessa della relazione umana col ciabattino?
Non sarebbe costretto ad apprezzarne il lavoro come opera umana invece di sentire il diritto di pretendere che il dover pagare gli attribuisce? "Lavoro, guadagno, pago, pretendo!" diceva una volta la macchietta del commendatore meneghino tronfio e benestante. Ma se non devi pagare, non puoi pretendere; con ciò non hai più diritti, e sei costretto ad apprezzare l'opera di un altro come necessaria a te, e apprezzarla come dono spontaneo che ti viene fatto, una benedizione!
E così via... basta divertirsi a considerare le conseguenze di questo gesto rivoluzionario e pericolosissimo per le sorti di questa società: si va molto lontano.
Se non avete niente da fare perché manca il lavoro retribuito (il lavoro in sé, quello vero perché utile, non manca mai, però.), fate gratis il vostro lavoro. Il vostro, non quello che vi pagano e che siete costretti a fare perché è l'unico che pagano, quello che non serve a niente, e a nessuno tranne che a chi vi paga.
Fate gratis il vostro lavoro, ma fatelo in autonomia, non "sotto padrone". Abbiamo i padroni che ci scegliamo, e se smettiamo di eleggerne a tale rango, cominceremo forse a essere padroni di noi stessi.
Ma questo - forse - è un altro discorso.