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venerdì 30 dicembre 2016

Serietà e tristezza

Le esperienze umane più profonde, quelle che impegnano gli aspetti più radicali dell'Essere, sono esperienze "misteriche", rivelatrici di quel che si è al di là di quello che ci si illude di essere.
In quanto tali, sono esperienze che sgomentano, e spaventano. Sono esperienze "serie".
Tra queste, l'esperienza amorosa sessuale, l'esperienza religiosa vera, e l'esperienza della morte.
Wilhelm Reich ha dimostrato come in chi l'incontro sessuale generi il riso, si manifesti con ciò il terrore della profondità del contatto che questo tipo di rapporto richiede. Contatto profondo con l'altro, che è uguale a contatto profondo con la propria radicale profondità, in un luogo dell'Essere in cui, fatalmente, Io e Tu sono la stessa identità.
Anche l'esperienza religiosa (non necessariamente mistica) determina l'indagine su questo tipo di identità con il Tutto Unitario; altrettanto fa la morte, che mostra come essa affermi - e non neghi - la vita, mostrando però spietatamente all'osservatore l'inutilità effimera della sua esistenza, se non la si consacra a qualcosa di "serio".
Contattare questo luogo prevede il rischio di perdere l'IO a favore del TU, o del TUTTO, o dell'UNO... si può pensare (con la letteratura psicoanalitica) che perdere l'identità possa terrorizzare, ma non è così: ciò che terrorizza è la certezza che, non possedendo un IO, non lo si possa perdere, non lo si possa donare, e con ciò si sia destinati a non poter accedere all'unica esperienza degna dell'aggettivo "umana": quella della propria natura divina. Rivelare a se stessi con totale spietatezza questa orribile verità, senza potersi ulteriormente illudere di possedere una qualche identità, è intollerabile, e quindi si evita accuratamente di farne esperienza.
Tutti coloro che sono terrorizzati dalla possibilità di contattare queste profondità, - diventa allora comprensibile -  confondono con facilità "serietà" e "tristezza", e confondono la leggerezza (che è frutto della serietà), con la superficialità (che è il frutto del disimpegno). Al solito, si finisce sempre - così - per praticare l'opposto di ciò che serve per ottenere il risultato voluto...
La percezione che la vita debba essere una sala giochi, nella quale si punta su qualche numero sperando che esca, così a caso, è certo superficiale e ludica, ma chi la volesse definire "gioiosa" per contrapporla alla "tristezza" che è attribuita a chi vive seriamente, sa bene che sta ingannando se stesso: dietro la maschera, chi spesso ride ed urla la propria gaiezza, si ritira ogni sera a piangere disperatamente il proprio insondabile dolore, e la propria impotenza rabbiosa a lenirlo.
Si sappia che i larghi sorrisi e i giocosi gridolini dichiarano senza tema di dubbio questa terribile verità e ne svelano la... tristezza.

Risate di gioia


martedì 13 dicembre 2016

Grazia di Dio

Fino a qualche decennio fa si chiamava "grazia di Dio" il cibo, in particolare il pane, e, per estensione, ogni bene che fosse concesso a un uomo.
Questo modo arcaico di concepire il benessere terreno condusse a ritenere che la ricchezza di qualcuno fosse il segno della particolare benevolenza divina nei suoi confronti e di conseguenza della sua santità.
Ciò giustificò l'accumularsi di beni nelle casse di principi, re, cardinali e papi. Ciò, nonostante vi fosse la predicazione della povertà come bene in sé, capace di aprire le porte del Regno dei Cieli, mentre al ricco risultava difficile passare attraverso la cruna del famoso ago.
Questa contraddizione non sembra risolvibile.
Ma, stante che il Padre Nostro è, per diversi motivi, la preghiera che più di ogni altra esprime la condizione umana (al di là di ogni convinzione religiosa), occorre dire che la tradizione ufficiale che i fedeli recitano, chiede il "pane quotidiano", mentre la versione originaria in aramaico, tradotta alla lettera chiederebbe "il pane per il nostro bisogno oggi"; questa autentica versione sottolinea la precarietà della sussistenza umana e richiede non la ricchezza stabile e consolidata, ma la grazia di sfamarsi giorno dopo giorno, vivendo dunque giorno per giorno.

Dunque, a questa lettura, la "grazia di Dio" non è la ricchezza, né la stabilità di essa, né tanto meno il suo accrescimento costante, ma la precarietà, la possibilità di navigare sulle difficoltà senza esserne, in modo miracoloso, sommersi, e quindi una percezione sacra della vita quotidiana.
Oggi questa situazione esistenziale si è imposta di nuovo. Che piaccia o no (e non piace!), è così.
Si noti come la richiesta di stabilità economica è richiesta da più parti perché è la sola capace di "far ripartire i consumi", unica cosa - questa - che sembra interessare a tutti (consumatori e consumati) e che viene scambiata come "ripresa economica e sviluppo". Ma l'esaurimento delle risorse  che hanno sostenuto questa forma di visione della funzione dell'uomo, la rende ormai inattuabile.
Il ben-essere deve essere ripensato e l'uomo è costretto a ristrutturarsi nella sua interezza, perché non può più essere quello è per la biofisica, e cioè un "sistema dissipativo".




venerdì 9 dicembre 2016

Prescrizioni

La velocità di un uomo in corsa "tranquilla" è di 10 Km/ora.
A un tale fu prescritto dal medico di correre per un'ora al giorno, per la salute del suo cuore.
A un altro, lo stesso medico e per lo stesso motivo, consigliò di correre per dieci chilometri al giorno.
Il primo corse molto lentamente per consumare meno energie.
Il secondo corse molto velocemente per risparmiare più tempo.
Sopraffatti il primo dalla propria pigrizia, e il secondo dalla propria ansia, nessuno dei due percorse 10 chilometri in un'ora.
Il primo peggiorò la sua pigrizia, il secondo la sua ansia.
Nessuno dei due migliorò le condizioni del suo cuore.


Jogging per principianti

martedì 6 dicembre 2016

Coscienza ardente

Tempo addietro avevo proposto una "meditazione del fuoco".
Se si osserva un fuoco nel camino, non è possibile alla mente distinguere tra il combusto e la fiamma, perché ciò che chiamiamo "fuoco" è una cosa sola, l'unità dei due, la fusione di ciò che del fuoco è causa con ciò che ne è l'effetto.
Il fuoco è una buona metafora dell'Essere Umano.
A ognuno è consentito di porre la propria coscienza (cioè il riconoscimento della propria identità come "io sono") nel fuoco stesso come unità di legna e fiamma, o nella legna, o nella fiamma sola.
Si osserva come queste due ultime soluzioni siano le più adottate, in quanto - crediamo - sono quelle che sostengono la dualità e la parzialità, le stesse cose che sostengono la coppia, la famiglia, e la ricerca della propria metà della mela. Retaggi della visione platonica che ha imbevuto la cultura occidentale, e che producono la disperante sensazione di mancanza che Platone riteneva appartenente alla natura umana.
Ma se ci si sente legna, ci si sente consumare e divorare dalle fiamme senza altra ragione di vivere che morire immolandosi per far vivere la fiamma; e se ci si sente fiamma, ci si sente consumatori, divoratori di ogni cosa organica al fine di sostenere la propria febbrile sopravvivenza. Entrambi atteggiamenti che - ripetiamo - sono i più comunemente riscontrabili nel condurre le esistenze.
La percezione dell'Unità dell'Essere Umano, del proprio essere umani, è quella di chi sostiene il proprio calore, il proprio ardore radiante con la propria stessa natura organica; e si nutre di nient'altro che di se stesso, producendo con la propria vita unitaria ed unificata, ciò di cui ogni inverno ha bisogno: la luce e il calore.
La prossima volta che con serietà ci si chiederà come progettare domani (invece che come conservare ieri sperando che si prolunghi fino a diventare oggi), sarà il caso che ci si decida a porre la coscienza dell'uomo in luoghi diversi dalle sue parzialità. E questo lo si fa individualmente e senza possibilità di delega ad altri... perché è oggi disponibile una natura umana diversa da quella che descriveva Platone, se la si volesse adottare...

giovedì 24 novembre 2016

Le Presenze

Qualcosa si mosse nel buio. Non la vide, ma percepì l'alito d'aria che quel movimento doveva aver provocato. Poi ancora, altri aliti, altri movimenti.
Non vedeva, ma era impossibile capire se ciò dipendesse dalla mancanza di luce o da una sua improvvisa cecità. Capì che, per "vedere" le Presenze, avrebbe dovuto istantaneamente imparare a vedere nel buio. No, non proprio: piuttosto avrebbe dovuto vedere il buio.
Si disse che doveva essere un po' come strizzare acqua da un panno bagnato: si vede il panno e non l'acqua che contiene, almeno finché non lo si strizza. Così, doveva strizzare la luce dal buio e usarla per vederlo. Doveva farla colare dal nero, e raccoglierla negli occhi del proprio cuore, perché gli era diventato chiaro (chiaro nel buio! era già qualcosa) che vedere nel luogo in cui era non era una funzione degli occhi, ma del cuore. Doveva aprirlo, e lasciarvi colare la luce che riusciva ad estrarre strizzando il nero. Così avrebbe visto.
Non era un vedere, quello; era il materializzarsi nel cuore delle Presenze, e il riconoscerle in quanto Presenze in sé, nel proprio stesso centro pulsante. Era il riconoscimento di una permanenza finora ignota. Non si vedono la gioia, l'amore o la tristezza; ma la loro presenza è qualcosa di toppo forte per potersene dimenticare. Ecco, il ricordo... una presenza così permanente e forte non permette dimenticanze; è - per così dire - sempre sotto gli occhi.
Li chiuse, non servivano. E guardò: c'era qualcosa nel cuore, che pesava e nel peso addolorava leggermente, come uno struggimento tenero che interminabilmente scioglieva ogni cosa pesante di materia; scioglieva anche l'IO, quel punto di riferimento che fa dire Io sono e che sembrava scorrere via.
Via... le Presenze producevano la sua assenza, e fortificavano la loro Presenza.
E poi la Luce, abbagliante negli occhi chiusi e stanchi, e nel cuore, come un lampo veloce, una sopravvenuta ulteriore cecità.
Presenza ed Assenza. Non c'era più, e c'era come non c'era mai stato; c'era la Presenza stessa al suo posto, e non c'era più perché lui, il suo cuore, il luogo dove materializzarsi, s'era dissolto, sciolto nella dolcezza.
Tutto questo era incomprensibile, finalmente incomprensibile; era visibile al cieco, finalmente rivelato; era impossibile da dirsi, e così tacque, non se lo raccontò.
Una voce, però, sussurrò qualcosa dietro di lui, nel buio. Diceva "Ho sentito un alito, come un movimento d'aria... ho come la sensazione che qui ci sia qualcuno di invisibile, una Presenza..."



lunedì 21 novembre 2016

Post-verità

I medici di quell'ospedale psichiatrico in cui il primario era stato eletto democraticamente tra i pazienti, che avevano scelto il più rappresentativo tra di loro, vollero continuare a prestare la loro opera sanitaria. Si resero conto presto che, ogni qual volta prescrivevano una cura, il primario - che cercava il consenso dei suoi elettori - sottoponeva loro questa proposta che, il più delle volte veniva bocciata.
E' noto infatti che, mentre i così detti "sani di mente" ammettono che tra la sanità e la follia il confine è assai labile e incerto, per i folli conclamati la loro è nettamente sanità, mentre tutti gli altri sono folli, o delinquenti. Cosicché, in quella clinica, ogni cura non era altro - agli occhi dei malati -  che un tentativo delinquenziale di asservirli intontendoli. Non è detto, peraltro, che non fosse stato così, fino a quel momento..., ma è giusto dubitarne dato che il vecchio primario aveva concesso elezioni democratiche.
Resisi conto che la loro opera non otteneva alcun risultato, e che anzi a volte aggravava le tensioni nell'ospedale, i medici si riunirono e stabilirono di dare le dimissioni, lasciando i malati (che, è bene ripeterlo, non si ritenevano tali!) a darsi da sé le proprie cure.
Aprirono una nuova clinica. Memori dell'esperienza fatta, non elessero a maggioranza tra loro un primario, ma stabilirono che il primariato fosse una funzione collegiale.
Tra le regole dell'ospedale misero, ben evidenziato all'ingresso, che chi chiedeva loro aiuto lo faceva liberamente, ma che, una volta ricoverati, i malati dovevano assumere le cure senza discussioni, oppure lasciare la clinica.
Poiché, come si è detto, i folli veri ritengono che la loro sia sanità, nessuno di loro si avvicinò mai a quella clinica di cui ritenevano di non avere alcun bisogno. Lo fecero invece i sani..., così la clinica si trasformò in una scuola medica. Molto poco frequentata, occorre dirlo.
Si dice che invece nell'altra clinica fervano le attività, soprattutto le assemblee, in cui le diverse opinioni a confronto (tante quante gli ospiti) si giustappongono senza poter trovare mai una composizione. Ciò viene chiamata "la bellezza del sistema democratico", la cui utilità consiste nel generare la discussione stessa. Le decisioni prese in assemblea sono chiamate - con termine di nuovo conio - post-verità. Tali post-verità sono detenute unicamente (ma a turno) dai vincitori momentanei delle risse assembleari.
Il nuovo prodotto lanciato sul mercato della comunicazione è una verità fittizia, inventata; se ne trovano ormai di molti tipi, in concorrenza tra loro, ma - per regola - sarà il mercato a stabilire quale sia la migliore. Però è solo un consolidamento del concetto: prima si chiamavano "opinioni" e chi le aveva le vendeva facendone una professione: ora sono "verità"... ma il problema resta quello di venderle.

Lo stupore della verità


sabato 19 novembre 2016

Sopravviversi

Non molti giorni fa ho postato un raccontino dal titolo "la resurrezione di Lazzaro". Sono sicuro che molti (tra i pochi lettori) si saranno chiesti cosa intendessi dire e avranno commentato con un "bah".
Lazzaro resuscitato non ringraziava Chi aveva compiuto il miracolo, ma il proprio medico e l'imbalsamatore, nonché i media che avevano dato risalto alla notizia.
Ieri i media - infatti - hanno dato risalto alla notizia che una quattordicenne è stata ibernata post-mortem (imbalsamata) nella speranza che in futuro i medici (!), grazie alla ricerca scientifica, trovino la cura per il cancro che l'ha condotta a morte. I media, come la richiedente stessa, non hanno messo nel dovuto risalto il fatto che - trovata la cura - essa potrebbe essere applicata solo dopo che la defunta sia stata "resuscitata", cosa ben più difficile che curare un cancro.
E' questo che volevo dire. Che cioè la Speranza della Resurrezione è così profondamente inserita nella natura umana che la sua possibilità si dà per scontata, e la si attribuisce però alla Scienza dimenticandosi della dimensione del Miracolo e riducendo la Vita a una questione di provette abilmente utilizzate. La Scienza è - come è stato detto - la religione del nostro tempo.
Se si potesse considerare ogni aspetto della vita e della Vita come miracolo operante, e si ritrovasse il "meraviglioso" di ogni attimo, si sarebbe felici e - insieme - più vicini al Vero. E smetteremmo - forse - di desiderare così ardentemente di sopravviverci.

Il tema della resurrezione - infatti -  attiene alla Vita biologica, e la Speranza ultima che la religione propone, rispondendo ai sentimenti umani più "popolari", è proprio la "resurrezione della carne".
Ma, se quel qualcuno (di cui si parlava nel precedente post) che osserva le cose del mondo come fenomeno senza lasciarsene coinvolgere, attivasse la propria attenzione su questo fenomeno specifico, potrebbe vedere come la speranza reale, intima, profonda e non si sa bene dove radicata, sia per l'uomo non la resurrezione della carne, ma l'Immortalità: concetto che trascende la vita biologica (che contempla la necessità del dualismo complementare vita/morte), ma la Vita come fatto unitario e inscindibile, privo di qualsiasi opposto. Desiderare di sopravviversi implica dunque la rinuncia all'Immortalità. Sperare di sopravviversi è una follia, come essere certi di poter accedere all'Immortalità è una saggio sentire.

Di vite, morti e resurrezioni, in ogni tempo umano di perdurata, ve ne sono molte, e ognuno ne è consapevole; certo si tratta di eventi che riguardano non la biologia, ma la complessità somato-psico-energetica di ogni umano; ma l'Immortalità - invece -  è una, per definizione supera il concetto di tempo/durata e definisce uno stato perenne non del corpo, né della psiche, né dell'energia biologica che li presuppone: l'Immortalità va ben oltre e riguarda non l'individualità, ma l'essenza di ognuno, ovunque essa possa essere collocata (scoprirlo è la Ricerca in sé).
La disperazione, sentimento che si trova ora al centro di ogni dinamica umana, riguarda questo aspetto. Chissà che non lo si possa intravvedere.


Antica criogenesi


giovedì 17 novembre 2016

Schieramenti

Qualcuno, ritenendo che in questo mondo si combattessero forze contrapposte, mi ha chiesto da che parte fossi schierato.
Il fatto è che le forze in campo non sono affatto contrapposte, ma in relazione energetica dinamica e, di conseguenza psicodinamica, tra di loro.
Ciò appare a chi, non avendo opinioni né ideologie, si metta ad osservare semplicemente come la realtà umana proceda nella sua evoluzione che è inevitabile e che comporta crisi, derivanti solo dalla resistenza e dalla reazione al mutamento.
Questo mutamento che deve condurre l'umanità a trascendersi, e a produrre una nuova specie umana, non è controllabile né arginabile, per lo stesso motivo per il quale un parto non può essere impedito quando la gestazione è giunta a termine. Questa è una Legge, e non vi sono leggi, imposizioni, regole o visioni politiche che possano impedirne l'attuazione.
Chi, dunque, abbia in mente che vi sono queste Leggi alla base di ogni cosa umana, ed abbia la fortuna di essere stato educato a rcinoscerLe attraverso gli adeguati apparati sensori, si limita ad osservare il movimento che le forze vitali producono e il modo in cui l'umanità cerca di distruggerle per impedirne il compimento, ottenendo il risultato di venirne distrutta.
Chiedere a qualcuno da che parte stia, in questo movimento globale e caotico (nel senso creativo indicato dalla Teoria del Caos) suppone una straordinaria tracotanza: quella di ritenersi libero di scegliere, tra diverse opzioni.
L'uomo libero, - ho affermato spesso, - è paradossalmente colui che non può scegliere, perché egli è non nella dinamica degli eventi, ma fuori di essi, a produrre  e/o a favorirne l'esito nella direzione che le Leggi hanno, ab initio, stabilito. L'uomo libero non esprime questa sua facoltà scegliendo, ma essendo scelto.

Gente schierata


venerdì 11 novembre 2016

Trionfi

Il primario di un ospedale psichiatrico, giunto sulla soglia del pensionamento, ed essendo un convinto democratico, decise di chiamare i degenti ad eleggere democraticamente il loro nuovo primario.
I folli, - che, come si sa, sono sempre molto razionali-, scelsero chi potesse rappresentarli al meglio, in quanto summa delle follie più diffuse nel nosocomio. Non elessero dunque - come sperava il primario - il migliore tra i medici, ma il più folle tra i malati.
Chiamato a commentare il risultato, il primario uscente dichiarò: "E' il trionfo della democrazia."
Era il trionfo della follia.

Un trionfo.


giovedì 3 novembre 2016

Radici

Appare la difficoltà di quanti "non hanno più nulla" dopo il terremoto, ad allontanarsi dalle macerie, dai materiali di scarto di una vita che sembrerebbe richiedere di essere rifondata dopo che la Necessità ha deciso così.
Il desiderio di tutti è invece quello di "riscostruire" esattamente ciò che c'era prima, e tornare a fare, identica, la vita che si faceva prima. In particolare, ritorna più volte, nelle cronache, l'esigenza riportata di "non lasciare gli animali". Certo, questo riguarda gli allevatori o quanti hanno attività economiche che li contemplino, ma non si può fare a meno di sentire come questo riguardi la propria animalità intesa come fondamento biologico a monte dell'evoluzione.

Questo è il dato, sul quale non è giusto dare alcun giudizio. Ma la riflessione che ciò suscita è che l'individuo umano è radicato alla propria terra, come un bambino è radicato al ventre della propria madre; che il cordone ombelicale non può essere tagliato, e che, anche quando il padre (la Necessità, qui) lo fa (e il padre che lo fa, separa il figlio dalla madre per dargli una vita sua), il figlio urla e si adopera con tutte le sue forze per rientrare nell'utero, per ritrovare - viene ripetuto dai media ossessivamente - le proprie radici.
Ora, a chi riflettesse fuori dalle suggestioni emotive (cosa quasi impossibile) risulterebbe chiaro come le proprie radici autentiche siano nel seme che le ha affondate nella terra, e non nella terra. Che quindi le proprie radici sono in quella Necessità che taglia i legami, non negli uteri che li hanno creati, seppure per dare vita.
Colpisce come questo fatto non venga preso in nessuna considerazione e che anzi il permanere nell'utero sia considerato un diritto inalienabile dell'uomo, che le autorità si impegnano a garantire.
Non so perché, ma il fatto che il terremoto non cessi sembra quasi dipendere dalla opportunità di insistere finché questo non venga compreso... ma, naturalmente, si tratta solo di un evento geologico.

Radici nel cemento


mercoledì 2 novembre 2016

Certe cose, lo scarabeo e l'avvoltoio

L'idea, dunque, che chi non ha niente ha tutto, se solo se ne rende conto, è di per sé rivoluzionaria.
Finora le rivoluzioni sono state fatte da chi non avendo più niente, voleva avere quanto aveva perso.

Ma adesso la rivoluzione la faranno quelli che non vogliono niente, cosa per la quale non c'è bisogno di scendere in piazza, né di contrastare un supposto, ormai inesistente, potere. Perché gridare al deserto?

Certo, nessuno vorrebbe far la prova, se non fosse costretto. Ma quando eventi di grandiosa potenza come un terremoto fanno dire a persone dignitosissime, con molta serietà e nessuna auto-commiserazione :"io non ho più niente", queste persone sono in condizioni di apprezzare (verbo che significa "dare un valore") ciò che non possiedono e il fatto stesso di non possederlo. Valore che non è più attribuibile a un bene, dunque, ma proprio al fatto di non averne.
La stessa cosa si può dire di chi, non avendo più niente, porta questa ricchezza altrove, come accade ai migranti. Come fa il vento che porta semi, e non mai frutti maturi, in luoghi distanti dalla pianta madre per diffonderne le qualità essenziali.

Garantire la sopravvivenza di chi non ha niente è garantire la sostanza necessaria allo sviluppo della prossima Creazione, o della prossima Evoluzione, a seconda delle convinzioni ideologiche che si hanno. La stessa cosa che - come sapevano dall'eternità i Faraoni - fa lo scarabeo (sacro) che nasconde le proprie uova in una palla di letame, che ne garantisce la crescita e la costanza della temperatura necessaria al loro schiudersi.

La Sostanza, posseduta solo da chi nulla possiede, sembrerebbe dunque letame, ovvero il materiale di scarto della vita organica; ogni cosa che si decompone - e molte lo stanno facendo in questo mondo, o Creazione - fornisce la Sostanza della nuova vita. Anche qui gli antichi egizi - che avevano capito molte cose che le civiltà successive si sono industriate a dimenticare - trovavano che Mut, l'avvoltoio, rappresentasse molto bene la funzione di ri-vivificazione che appartiene alla Grande Madre. La Grande Madre è la funzione di putrefazione del seme, dalla quale emerge il nuovo germoglio, la nuova vita (organica!).

La Sostanza però non è letame, ma - dovendosi dissimulare (ovvero fingere di non essere ciò che è) - sceglie di preferenza il letame, cosa che non ha prezzo.
Dio, si dice, se si mostra in forma umana lo fa nelle vesti di un vecchia mendicante... ma certo è solo una favola, perché Dio non esiste.



martedì 1 novembre 2016

Certe cose

Ci sono cose - è noto - che non hanno prezzo. Questo le pone fuori dalla logica del mercato, e dalla portata di chiunque desiderasse possederle.
L'esistenza di queste cose sovverte le regole dell'economia e dello scambio, e - in una società capitalistica fondata sull'economia dei consumi - sovverte anche le regole dello stare insieme, perché sottrae il denaro al compito di veicolo (persino a volte di sostituto!) della relazione.
Chi volesse raggiungere ad ogni costo quelle cose, deve accettare che, pur raggiungendole, non le possiederebbe, e che quindi c'è la possibilità che il suo desiderio ardente produca di fatto l'essere da loro posseduto: il desiderio insoddisfatto, ma con l'oggetto di esso davanti agli occhi, produce - si sa - un turbamento costante che alla lunga diviene insopportabile, tanto che non vi è altra scelta che allontanarsene, fuggendo lontano per non vederlo più.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, come sanno bene gli amanti delusi.
Chi non si allontanasse, dovrebbe accettare di esserne posseduto, di sopportarne il potere di attrazione senza fine e dovrebbe imparare a godere di questo stato, tanto che il "possedere" qualcosa verrebbe di proposito evitato perché porrebbe fine al desiderio ardente.
Così, chi volesse davvero ciò che non ha prezzo, sarebbe uno che non possiede niente, né lo desidera.
Dunque, a chi dovrebbe essere concesso l'uso (non il possesso!) delle cose senza prezzo se non a chi non desidera possederle?
Chi non ha niente, ha dunque tutto: potenzialmente, almeno... e realmente se è sincero.
Essendo disposte quelle cose ad obbedire alle intenzioni di costui, egli potrà concederne in dono (non altro che in dono) i benefici a chi riterrà ne sia degno (il che non prevede un giudizio morale, ma la valutazione dell'utilità dell'uso che questi ne potrà fare).
Dunque, le cose che non hanno prezzo possono essere donate, ma solo da quelli che non le possiedono e che non desiderano possedere nulla: se non si convincono questi Signori che nulla hanno a sopravvivere mettendoli in condizioni di farlo dignitosamente, le cose che non hanno prezzo usciranno definitivamente dalla portata di tutti, tranne che di quei Signori, ma in altra condizione.
Il che non è necessariamente un male, se chi vive nella società mercantile (e la giudica bastevole a se stessa e fonte di ogni bene e di felicità) le deprezza; non perché non le può comprare, ma perché l'articolo non interessa loro.
Le cose che non hanno prezzo sono fuori mercato.

Mercato di ciò che è fuori mercato...


domenica 23 ottobre 2016

La Città del Non-Dove


L’anziano mi rispose: “Noi siamo una gerarchia incorporea di solitari. Veniamo dalla Città del Non-Dove.”

“E di quale regione fa parte questa città?”

“Di quella regione per la quale il dito di un giovane non può indicare la strada.”

“A quale attività è rivolta la maggior parte del vostro tempo?”

“Sappi che il nostro Lavoro è quello della tessitura. Siamo un gruppo di trasmettitori della Parola, e il nostro è un continuo pellegrinaggio.”

Tessitore


sabato 22 ottobre 2016

L'Uni-verso non è una democrazia

“L’Universo è un Organismo e non è una democrazia.

Nella natura, biologica e cosmica, c’è una gerarchia senza privilegi che dona a ciascuno secondo i propri bisogni.

Il nucleo di una cellula è distante dagli altri, ma ha la stessa identica memoria genetica dell’intero organismo; comprende la memoria dell’individuo, della specie a cui appartiene e quella di tutto l’ambiente, inclusa la luce gialla del sole. Grazie alla memoria genetica, olografica, tutte le cellule operano in armonia con il governo che nessuno ha votato – il sistema endocrino – (Il sistema endocrino “governa” il corpo e la psiche di ogni essere, suggerendo modi senza imporre leggi e morale. L’etica è naturale per chi è in contatto con la Vita, sente e comprende i Suoi messaggi “segreti”, le emozioni e l’eros.)

Con la secrezione ormonale – che avviene ogni giorno alle prime ore del mattino – il governo dà a ogni essere umano il suo pane quotidiano e riabilita le sue funzioni. In modi diversi tutti gli organismi hanno la capacità di soddisfare i propri bisogni, tranne quelli umani. Purtroppo noi siamo afflitti dal rumore della mente minore, e non sentiamo il canto della Vita che è etica naturale.”

 

Giuliana Conforto, astrofisica

La meditazione del Fuoco


Vi propongo di fare questo esercizio:

accendete un fuoco e restate ad osservarlo (se potete, in un camino); alimentatelo, o lasciatelo consumare. Intervenite su di esso aggiungendo combustibile, o sventolando aria, o gettandovi sopra acqua … verificate cosa può far mutare colore alla fiamma … insomma sperimentatelo in tutte le possibilità …
Il Fuoco rappresenta e si comporta esattamente come l’Amore.
Fatelo in silenzio, e non lasciatelo finché non si sia spento, per vostra volontà o nonostante essa. Mentre fate questo, ricordate a voi stessi che state lavorando con l’Amore, non con un semplice fuoco. Potete farlo in compagnia di altri: allora valutate cosa accade quando più persone (due, magari) intervengono sullo stesso ‘fuoco’.

Siccome nessuno ha chiaro cosa sia l’amore, questa meditazione vi aprirà orizzonti di conoscenza inaspettati e vi svelerà cosa avete fatto, cosa fate, cosa potrete fare nei confronti dell’amore.
Sapete che questo è il Mezzo, l'etere su cui viaggia ogni cosa, quindi sapete quanto questa meditazione può insegnarvi.

Scrivetemi le vostre riflessioni su quanto avrete fatto, se volete.
 
 

lunedì 17 ottobre 2016

La resurrezione di Lazzaro


Lazzaro, appena resuscitato e uscito dal sepolcro, venne intervistato da un cronista di Tele Nazareth. Ancora intontito, disse:

“Per prima cosa sento di dover ringraziare le tre persone che hanno reso possibile questo miracolo: il mio medico, che con grande professionalità mi è stato vicino con i suoi preziosi consigli fino al mio ultimo respiro; il mio imbalsamatore, che con il suo ottimo lavoro mi ha consentito di non decompormi troppo in questi tre giorni di morte e infine il becchino che mi ha sepolto e poi dissepolto con tanta attenzione e delicatezza. La vita è un bene prezioso, buona vita a tutti i telespettatori!”

domenica 9 ottobre 2016

La menzogna, la cautela, la prudenza.

La cautela e la prudenza non sono doti dell'innamorato.
L'innamorato vive una follia. Fa cose imprudenti, non rispetta le regole, corre rischi per stare un minuto con chi ama e fare per un attimo di due, uno.
Che cosa vuole l'innamorato? Tutto.
Bisogna volere Tutto, amare Tutto così totalmente e disperatamente da commettere follie (ovvero cose inusitate), per attraversare, superare e sconfiggere la paura.
La paura è una soglia, un confine, un velo posto tra la Menzogna e la Verità. Bisogna amare per superarlo. Chi ha paura, sceglie la Verità solo se ne è innamorato; chi non ama, allora, mente per necessità.

Sorridiamone:
Psicologicamente la menzogna è una manifestazione egoistica, riconducibile sia a una difesa contro il mondo esterno (e quindi a un sentimento più o meno inconscio d'inferiorità), sia alla vanità e al desiderio di apparire diversi da ciò che ci si sente (che son poi anch'esse forme di debolezza morale). Particolarmente inclini alla menzogna sono infatti i fanciulli, i selvaggi, le donne, i vecchi, gli ammalati di corpo o di spirito. È discutibile, e risolvibile solo volta per volta, se nei casi di psiconevrosi si possa parlare di menzogna: poiché l'anzidetto criterio della consapevolezza è anch'esso un criterio di massima. [Enciclopedia Italiana Treccani - 1934]

Cautela e follia


sabato 8 ottobre 2016

L'essenza derviscia di Einstein

"L'essenza derviscia mi dice questo: non puoi diventare un derviscio.
Quindi che cosa ho da dirti io? Non puoi diventare un derviscio.
Un derviscio ha bisogno di un cuore ferito e occhi pieni di lacrime.
Deve essere docile come una pecora. Non puoi essere un derviscio.
Deve essere senza mani quando uno lo picchia. Deve essere senza lingua quando uno lo insulta.
Un derviscio deve essere senza alcun desiderio. Non puoi essere un derviscio.
Produci un sacco di suoni con la tua lingua, dici cose con un senso.
Ti arrabbi per una ragione o per un'altra. Non puoi essere un derviscio.
A causa della tua rabbia, non puoi essere un derviscio.
Se non trovi un sentiero reale, se non trovi una guida,
se la Verità non ti concede una sua parte, non puoi essere un derviscio.
Quindi, o derviscio, vieni, tuffati ora nell'oceano, così come sei.
Se non ti tuffi nell'oceano, non puoi essere un derviscio."
 
[Yunus Emre]
 
 
Darwīsh (persiano: درویش‎, darvīsh) è un'antica parola proto-iranica che appare nell'Avesta come drigu-, "bisognoso, mendicante", poi accolta nel medio-persiano come driyosh. In campo mistico il termine, più ancora che "mendicante" ha acquistato il significato di "colui che cerca il passaggio che porta da questo "basso" mondo materiale all'Altro Mondo, dal mondo manifestato a quello ancora Increato", e vive sulla soglia, alla confluenza dei due mondi; la sua funzione è di essere tramite tra loro.

 

mercoledì 5 ottobre 2016

Sole

Si racconta che il grande poeta mistico ed erudito Jalal ad Din Rumi stesse leggendo nella sua immensa biblioteca quando si presentò un mendicante che gli chiese: "Che cosa stai facendo?".
Infastidito dall'interruzione di quell'ignorante, Rumi rispose: "Qualcosa che non capisci!"
L'altro fece un gesto, e tutta la biblioteca andò improvvisamente in fiamme. Rumi, terrorizzato, chiese: "Che cosa fai?". E l'altro: "Qualcosa che non puoi capire!". E se ne andò.
Quel tale, che Rumi andò a cercare per il resto della sua vita, era il Maestro, Shams di Tabriz.
Shams significa Sole, e il Sole dà la luce, e scalda; tutti, nella misura in cui vuole. Esporsi ai suoi raggi o mantenersi nell'ombra è però una scelta.


Tabriz, ma di notte


sabato 1 ottobre 2016

Ancora su Cocoon...

A quelli che restano, la corazza serve. Servono le difese da un mondo aggressivo, violento, liberticida, in cui la follia (sia sul versante psichico che su quello organico) aumenta di giorno in giorno e sottende tutti i rapporti umani.
Per questo, chi resta, la sua corazza se la tiene stretta; ed anzi è portato a percepire come violenza il tentativo di chiunque accenni a volergliela togliere di dosso. Paradossale, ma vero.
E' per questo che la cura aggrava il malanno, e a volte scatena il malanno che la compensazione che sosteneva la corazza tende a mantenere, ma che a un tratto crolla.
Ora però tutto questo appare chiaro solo a chi, tra i vecchi, si è immerso nella piscina e ne è uscito rinnovato e rinvigorito; a tutti gli altri ciò è oscuro. Per cui, la reazione abnorme al "positivo", così inaspettatamente negativa, è incomprensibile e genera ulteriore follia (psichica e organica).
A chi parte, e lo ha deciso senza possibili ripensamenti, spetta il compito di scendere tra chi non sa e diffondere la conoscenza dell'esistenza di una possibilità. Ciò lo obbliga a stare anch'egli in mezzo alle follie del mondo: non può rifugiarsi in anticipo sull'astronave...
C'è un tempo in cui decidere di partire è ancora possibile, ed è finché l'astronave staziona sul cielo di questo pazzo mondo, e finché il pilota non decide che è ora.
Questo è un film, di molti anni fa. E' da allora che l'astronave aspetta... ogni minuto che passa avvicina il momento della partenza. Sorridiamoci su.

L'astronave di Cocoon


venerdì 30 settembre 2016

Cocoon

Nell'ultima scena del film Cocoon, un'astronave staziona nel cielo in attesa di imbarcare quelli, tra i vecchi ringiovaniti dall'"acqua di vita" della piscina in cui gli alieni avevano deposto i propri "bozzoli", che hanno deciso di trasferirsi nel mondo nuovo in cui saranno sani, giovani e immortali.
Alcuni salgono le scalette dell'astronave, e altri no: hanno deciso di rimanere e di seguire il proprio destino biologico accettando l'invecchiamento e la morte.
In effetti, trasferirsi altrove significa sovvertire tale destino, introdurre un nuovo elemento nel proprio DNA, essere pionieri di una nuova razza umana.
Gli spettatori possono condividere e comprendere i sentimenti sia di coloro che partono, sia di quelli che restano; in verità, si tratta di una scelta, volontaria, ed entrambi i gruppi hanno buone ragioni per farla; nessuno è in grado di giudicare se sia più giusto restare o partire. Solo, la scelta è necessaria, giacché l'astronave sta per partire.
Ora, chi volesse obbligare chi resta ad assumere "acqua di vita", non farebbe il suo bene; e anzi produrrebbe danni gravi. A chi parte, invece, l'"acqua di vita" non solo è indispensabile, ma anche produttrice di miracolose guarigioni, del corpo e dello spirito.
La ragione per cui alcune cure, sia del corpo che dello spirito, sono diventate oggi inefficaci o, come si diceva al seminario sulla "Vigliacca paura" , persino controproducenti, è forse che esse vorrebbero a forza proporsi a quelli che... hanno deciso di restare.
Di fatto, la sensazione è oggi che l'umanità sia tutta ai piedi della scaletta dell'astronave e che si stia interrogando sul salirla o meno; nel film, a scegliere erano i vecchi che, tutti, avevano già assaggiato l'"acqua di vita" e che sceglievano consapevolmente, ma forse la maggioranza dell'umanità di cui parliamo non la ha neanche mai assaggiata e non sa quindi spiegarsi la ragione della presenza dell'astronave, né sa che gli si chiede di scegliere e tra che cosa.
La questione è che la non scelta (a cui questa ignoranza conduce) equivale - di fatto -  alla scelta di rimanere.

La piscina di Cocoon, acqua di vita


sabato 24 settembre 2016

Narrazioni

- "So di un tale, molto povero, che è anche perseguitato dalla sfortuna. Un giorno uscì per andare a raggranellare qualche soldo, ma fu colto da un tale temporale che si inzuppò tutto. Per ripararsi entrò in un negozio e sentendosi in imbarazzo comprò una cosa qualsiasi: un biglietto della lotteria. Ebbene, quel biglietto vinse un premio minore, ma sufficiente per dargli un po' di respiro; però la sua sfortuna volle che l'inzuppatura gli procurasse una polmonite e tutta la vincita se ne andò per curarla..."
- "Sì, io conosco quel tale e so di questa storia... Ma lui racconta di essere un uomo molto fortunato e di essere in grazia di Dio, tanto che non gli manca mai nulla; dice che - essendosi preso una polmonite e non avendo soldi per curarla - Dio volle che vincesse la somma giusta alla lotteria, costringendolo a comprare un biglietto che, se non fosse piovuto a dirotto, non avrebbe mai pensato di comprare..."

La differenza tra una vita felice ed una infelicissima dipende dalla narrazione che ciascuno ne fa a se stesso; così come quella che chiamiamo realtà o verità, che non è altro che il frutto della interpretazione immaginaria di ciò che è, invece, davvero Realtà e Verità, e che sta "dietro" ogni evento.
Non cesso di raccontarmi che qualcuno, prima o poi, finirà per capirlo e vorrà parlarne...

www.pholeterion.it

Narrazioni trasformanti


giovedì 22 settembre 2016

Mele

Mio nonno raccontava questa parabola a me bambino:
Veniva portato a tavolo un cesto di mele. Uno dei commensali subito afferrava la più bella, grossa, lucida e rossa. Il suo vicino, con una smorfia di insofferenza, non poteva fare a meno di biasimarlo: "Gettarsi così voracemente sulla più bella mela..."
"Perché - diceva il primo - tu, invece, cosa avresti fatto?"
"Beh, ne avrei scelta una più piccola, mediocre, meno appariscente..."
"Ebbene, perché ti lamenti? Te le ho lasciate tutte."

Ogni mela è frutto di un seme, e ne ha altri al suo interno. Ed ogni mela ha il dovere di sviluppare le potenzialità del seme da cui ha avuto origine fino ad esprimerle tutte. Con ciò essa sarà la mela perfetta, l'essenza di ogni possibile mela a venire, di cui conterrà il seme ricco di tutte le potenzialità della mela assoluta.
Lo stesso è per l'uomo. Esiste l'Uomo Perfetto, anche se solo come espressione di tutte le potenzialità dell'Essere (e non dell'animale) umano. A ogni uomo spetta il dovere di realizzarle.
Si dice, in alcuni antichissimi cammini che conducono a tale realizzazione, che Dio si nutra dell'uomo, come noi delle mele; e che scelga di nutrirsi dell'uomo migliore e più realizzato, come quell'accorto commensale della mela più grossa .
C'era una esortazione, in quel cammino: rendetevi cibo buono al palato di Dio! Chi mangerà le mele piccole, stentate, poco mature ed aspre? Di solito, in passato, si davano agli animali, ed infatti sono il cibo dell'animale (e non dell'Essere) umano.



Un cesto di mele


mercoledì 14 settembre 2016

Tesori


Un tale scavava alla ricerca di tesori. Trovava qualche oggetto, mai di grande valore. Ma scavava, continuava a scavare con l’intenzione tutta tesa a fare la scoperta della sua vita.

A chi gli chiedeva quale fosse il suo lavoro, rispondeva: “Il cercatore di tesori!”

Dopo diversi anni di ricerca, vedendo dei contadini scavare un pozzo, si rese conto di aver messo a punto una tecnica di scavo molto più raffinata, capace di produrre in breve tempo buche ben più profonde.

Si offrì dunque ai contadini di farlo al loro posto. Gli chiesero quale fosse il suo lavoro; rispose: “Lo scavatore.” Accettarono,  e gli diedero un compenso pari al servizio reso.

Talmente rapido ed efficace si rivelò il suo lavoro, che la sua abilità divenne nota nella zona, e molti gli chiesero di scavare in profondità per loro. E lui si innamoro di quel lavoro che sapeva fare così bene; non cercava niente, scavava e basta, solo perché quello, ora, era il suo “lavoro”.

Si arricchì tanto da mettere insieme un tesoro, quello che aveva smesso di cercare; quello – soprattutto – che non desiderava più trovare, felice com'era del semplice scavare bene.
 
Un qualche tesoro

martedì 13 settembre 2016

Porte


"Il tempo si comporta così: ogni porta che si apre è un’opportunità di realizzare qualcosa, purché la si imbocchi in tempo. Ma restare a progettare cosa fare non serve più a niente, perché, quando si aprirà una porta, non sapremo se è quella giusta per realizzare la cosa che abbiamo progettato, o se è una opportunità del tutto diversa dal nostro progetto. Quindi serve essere pronti ad agire a seconda l’opportunità che si apre e nei tempi in cui essa resta disponibile. Questo ci obbliga a una attenzione costante, che non deve essere né ossessiva né ansiosa. Si chiama Presenza. Chi agisce, in questi casi, deve essere l’Essenza, che – come sappiamo – è molto veloce.

[...] Se una cosa prevista capita nel momento in cui la porta è chiusa, non serve a niente. Quindi chi vi parla dovrebbe, vedendo aperta una porta, dirvi: correte qui e venite con me, presto! Ma si sentirebbe rispondere che avete altro da fare etc. Per cui si adatta e fa sforzi disumani per far coincidere quel che si deve fare con le vostre esigenze. Però non è bello sentirsi rispondere “no” quando si chiede qualcosa, perché non lo si fa per sé, ma per la persona a cui lo si chiede." 
(Novembre 2008)
Aperte e socchiuse...

lunedì 12 settembre 2016

Rari nantes

Le rare persone che non sono intervenute al seminario dal titolo "Vigliacca paura", e che non riescono a perdonarselo, possono cercare lenimento leggendone un estratto (epurato di quanto richiede una relazione umana costituita dalla presenza fisica) attraverso il sito Pholeterion, a questa pagina, cliccando sul titolo nella sezione "eventi recenti" in fondo alla pagina.

Un prossimo incontro

C'è un prossimo incontro, il 9 Ottobre.
I dettagli sul sito www.pholeterion.it
A presto

venerdì 9 settembre 2016

Responsabilità, Dovere e colpa

Responsabilità e Dovere sono concetti opposti.
La Responsabilità è libertà; solo l'uomo libero è responsabile, perché l'uomo è libero solo se ha potenza (ovvero possibilità autonoma di agire sul mondo per modificarlo), e solo chi ha potenza ha la responsabilità di usarla bene. All'uomo libero nulla può essere imposto se non con la coercizione violenta, e senza grandi risultati effettivi. Quindi l'atto responsabile nasce esclusivamente dalla necessità interiore di compierlo.
Il Dovere è quanto viene imposto dall'esterno all'uomo reso schiavo, e prevede la sorveglianza delle sue azioni, la costrizione all''agire e la punizione in caso di inadempienza.
Per questo motivo, le società umane si fondano sul dovere, e mai sulla responsabilità.
Il senso di colpa è la introiezione del dovere, ovvero  l'aver fatto proprie le istanze vessatorie e punitive della società cui si appartiene; non ha nulla a che fare con la Responsabilità.
La colpa prevede una punizione, che lo schiavo è disposto persino ad autoinfliggersi; il mancato esercizio di Responsabilità prevede soltanto la vergogna che l'uomo libero e potente prova quando non mette al servizio ciò di cui dispone, ovvero tutto se stesso.
Conclusione: chi ha responsabilità è libero e non ha colpe.
Chi ha doveri, è schiavo, è sempre colpevole di qualcosa e perciò sempre punibile.
Un'ultima cosa: solo il Servitore è un Uomo Libero...

Franano le case: di chi la colpa?


martedì 6 settembre 2016

Centri benessere


Esistono molte opportunità, oggi, per trovare un sollievo alla psiche, o all’anima, affaticata dalle ansie, dalle paure e dalle dolorose tristezze che quella che chiamiamo in modo inappropriato “vita” ci procura. C’è ovunque un centro benessere, o una palestra, o una meditazione, o una chiesa nella quale rifugiarsi per trovare una pausa, un ristoro momentaneo, prima di tornare a quella che chiamiamo impropriamente "realtà”, e che consideriamo "dura".
Ma la vita, intesa in modo corretto, è una gestazione; e la gestazione non è per il feto una “dura realtà” dalla quale prendersi una pausa ogni tanto. Per il feto in gestazione, ogni attimo è un accrescimento, è un’acquisizione di nuovi elementi vitali, di nuove funzioni, di nuove potenze. E non vi possono essere pause di riposo. È un meraviglioso lavoro senza riposo, e una gioia persino a volte dolorosa, quando un passaggio evolutivo produce un fastidio … così è – ad esempio – quando un bimbo mette i denti. E alla fine, il passaggio periglioso, stressante, per il canale del parto, che conduce alla luce. La vita vera, è una gestazione che conduce a una nascita.
Esistono poche opportunità, oggi, per trovare un luogo (reale e virtuale) in cui poter vivere la propria vita per quello che è, ossia una gestazione. E so che quei pochi che le trovano, spesso si lamentano perché cercavano un centro benessere…, ma chi è stanco di essere vissuto dalla vita, e vuole finalmente viverla, diffida delle consolazioni momentanee, e accetta con gioia questa opportunità, se mai gli si manifesta.
 
Il bello della vita


lunedì 5 settembre 2016

Ho dovuto constatare...


«Ho dovuto constatare di persona che oggi, a voler istruire gli ignoranti e gli incolti
ci si attira solo ostilità.
Ho visto brillare in tutto il suo fulgore il fuoco infernale della stupidità e dell'aberrazione [...].

Mi sono urtato all'incomprensione di genti cieche alle luci e ai segreti della saggezza [...],
genti i cui sguardi non hanno mai oltrepassato i limiti delle evidenze materiali,
e le cui riflessioni non si sono mai innalzate al di sopra degli abitacoli delle tenebre e della loro polvere [...].

Questo soffocamento dell'intelligenza, questo congelamento delle qualità naturali,
questa ostilità della nostra epoca alla conoscenza, alla gnosi, alla spiritualità,
al bene nostro e di tutti
m'hanno consigliato infine di nascondermi a loro,
e di coltivare la saggezza e la via mistica nei ritiri nascosti e sublimi che solo i saggi conoscono.»

Sadr al Din Shirazi (1571-1627)

Forse è terminato, dopo 500 anni, il tempo del "nascondersi nei ritiri nascosti".
Forse i saggi, oggi, devono faticosamente come in un parto, venire alla Luce.

Anche di questo parleremo, molto presto, qui.

Sadr al Din Shirazi, filosofo persiano


venerdì 2 settembre 2016

La paura fa paura

La paura degli altri fa paura, perché è capace di produrre reazioni incontrollate.
E' noto quanto, poi, il panico si propaghi facilmente, come un'onda sismica.
Se fossi un complottista direi che a generare i terremoti non sono forse gli esperimenti atomici sotterranei, quando le onde di paura generalizzata delle persone: la paura è distruttiva, e chi ne ha tanta da essere preda del panico, coltiva inevitabilmente rabbia e distruttività; la sua potenza è pari a quella di un terremoto, e causa tanti morti, più di un terremoto. Ogni minuto in ogni parte del mondo.
Salam, Shalom, la Pace del cuore, a chi lo ha tremante.
Anche di questo parleremo qui.



venerdì 26 agosto 2016

Crolli e ricostruzioni

In questi giorni è stato ripetutamente detto che non sono i terremoti ad uccidere, ma il crollo delle case sotto l'urto dei terremoti.
Usando questa affermazione come metafora, potremmo dire che non sono le catastrofi (ricordo che "katastrophé" significa "rovesciamento") ad uccidere, ma il crollo dei gusci protettivi, delle difese, che avevamo costruito per difendercene.
Di fatto, in questo momento della storia dell'umanità, ciò che uccide e rende folli è appunto il crollo delle difese psichiche, che abbiamo artatamente costruite, per difenderci dal cambiamento.
Qual è la risposta che le istituzioni danno al terremoto? Rafforziamo le difese!
Qual è quella che potremmo adottare? Diventiamo noi terremoti! Determiniamo il cambiamento!
Di questo parleremo presto qui.

Ricostruzione. Del Pantheon.


Miniere

I cercatori delle profondità sono di due tipi: chi, individuata una miniera d'oro, continua a scavare sempre più in profondità per trarne ogni pagliuzza, certo di trovare, perseverando, la vena principale; e chi, fatta una buca senza trovare niente, ne fa un'altra un po' più in là, e poi un'altra, e poi un'altra ancora.
I primi sono di fatto i cercatori delle altezze, perché chi scava verso il Centro della Terra, finirà per attraversarla e si ritroverà dall'altra parte.
I secondi sono quelli cui è suggerito dai maestri: "scava la buca, riempi la buca..."

Buchi nel deserto


Paura del terremoto

Ieri, una psicologa della Croce Rossa accorsa sui luoghi del recentissimo terremoto del Centro Italia, ha dichiarato attraverso la televisione che la paura è una "risposta adattiva" e che essa, nei colpiti dall'evento, dipende principalmente dalla perdita del controllo davanti a un evento di simile portata; ha aggiunto che è nella natura umana voler avere ogni cosa sotto il proprio controllo.
Sappiate che non è vero: la paura è una risposta neurofisiologica di allarme a un pericolo reale, ed è - nell'individuo sano - qualcosa di repentino, subitaneo e di durata assai limitata: la risposta adattiva richiede invece un lungo periodo di tempo durante il quale tale risposta permane ed è la guida all'adattamento!
Il "controllo" poi è connaturato all'uomo che ha paura SEMPRE, a chi cioè tenta di adattarsi ad una realtà che vive come pericolosa e nemica costantemente, e che vive ogni perdita di controllo come mortifera: cioè, di fatto, a un paranoico!
La psicologa ha espresso la verità di quanto vado dicendo: la paranoia è considerata ormai un comportamento sano e normale.
L'uomo sano non ha paura, si adatta senza sforzo agli eventi perché pulsa con la loro natura. La forza che tiene in vita un uomo, o un filo d'erba, che fa battere un cuore (la paura e l'amore producono entrambi questo effetto) è la stessa forza che si esprime con un terremoto: perché averne paura? capire questo significa schierarsi dalla parte della potenza, non da quella di chi ne è vittima.
Di questo parleremo presto qui.

sabato 20 agosto 2016

Chi chiede aiuto...

Chi chiede aiuto, ad alta o a bassa voce, o così profondamente nel cuore che neppure lui se ne avvede, in realtà invoca la paura, le si inginocchia davanti e la prega.[1]



[1] Gustav Meyrink

sabato 13 agosto 2016

Il fuoco della pacificazione


"Pace significa non passività ma vigilanza, «non l’assenza di lotta ma l’assenza di incertezza e confusione». Anche chi sia avanzato al livello della contemplazione, non deve mai desistere dall’impegno dell’azione, cercando con sforzo positivo di acquistare virtù e rigettare il vizio. Prassi e teoria, la vita attiva e la contemplativa, non dovrebbero essere considerate come alternative, né come due stadi, cronologicamente successivi, l’uno cessante quando l’altro inizia; ma piuttosto come due livelli d’esperienza spirituale interpenetrantesi e presenti simultaneamente nella vita di preghiera. 
Ciascuno deve lottare al livello della ‘prassi’ fino al termine della vita. Questo è il chiaro insegnamento dei Padri: «Il compito principale dell’uomo è d’essere memore di se stesso al cospetto di Dio, e di aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro… anche chi siede nel deserto da eremita ha sfuggito tre guerre: udire, parlare, vedere; ma c’è una cosa che deve continuamente combattere – la battaglia che è dentro il suo cuore».

 
 
La Pacificazione è strettamente connessa con l’amore, ciò indica il contenuto dinamico e positivo del termine. Nella sua essenza fondamentale è uno stato di libertà spirituale, in cui l’uomo è capace di levarsi verso Dio con desiderio ardente. Non è una mera mortificazione delle passioni fisiche del corpo, ma anzi la sua nuova e rinnovata energia; è uno stato dell’anima in cui l’ardente amore per Dio e per l’uomo non lascia spazio che per le passioni capaci di elevare. A denotare il suo carattere dinamico, i Maestri usano la frase espressiva: al fuoco della Pacificazione. "
 

giovedì 11 agosto 2016

mercoledì 3 agosto 2016

Una vita presente

"Sono certo che non mi credete davvero, e forse non credete nemmeno che ci creda io stesso.
Eppure è la verità [...] non sto scherzando: è una cosa molto seria, [anche se] una simile affermazione è di per sé sconcertante.
Molti sostengono di ricordare una vita passata, ma io sostengo di ricordare un'altra, diversissima, vita presente.
[...]
Ho il sospetto di non essere l'unico ad aver fatto questa esperienza. Ciò che è unico è la mia disponibilità a parlarne."
[Philip K. Dick, 24 settembre 1977]


Wormhole - una porta


Invito


invita a un seminario teorico e pratico condotto dal Fondatore,
Sergio
VIGLIACCA PAURA


Argomenti trattati:
La paura di vivere come «malattia dell’anima»
e i disturbi correlati psichici e no,
il coraggio dell’Abbandono, la Volontà di fronte alla Necessità.
Il disorientamento polare come perdita del senso della vita...
... e altro-
 
Sabato 10 e domenica 11 settembre - Roma
 

 


domenica 31 luglio 2016

Guerra e Pace

Qualcuno mi parla di una guerra che sia stata dichiarata contro la pace.
Si può fare la guerra contro la pace? No, perché se c'è l'una cosa, non c'è l'altra.
Ma l'idea che la pace si ottenga combattendo e vincendo la lotta contro la guerra è ormai diventata usuale, e così si fa la guerra contro la guerra per produrre una pace, e si fa la guerra per mantenere la pace, e così via.
Si invocano sentimenti religiosi pacifici contro sentimenti religiosi guerreschi, da stabilire eliminando violentemente i secondi; quindi si pretende di far la pace contrapponendola guerrescamente, o anche intellettualisticamente, o persino filosoficamente alla guerra! Non è stupido?
Il conflitto è l'elemento sul quale, ontologicamente, si genera la vita la quale per sua natura è fondata sulla dualità e sui complementari funzionalmente opposti (maschio e femmina, ad esempio).
Il conflitto esiste finché esistono gli opposti complementari, e finché quindi esiste quella che abbiamo considerato fin qui essere vita.
L'Unità però è l'eliminazione della Dualità e - di conseguenza - del conflitto.
Il problema dunque, non è che Uno dei Due contendenti l'abbia vinta sull'altro, ma che ogni essere - individualmente, sapete? - divenga l'Uno che è, assorbendo il Due nell'Unità.
Il problema che si pone a questa umanità boccheggiante come i salmoni tornati alla loro origine, è di dare allora Vita ad una Vita che non sia più fondata sulla Dualità, ma sull'Unità.
Tema molto attuale, ma che è davvero troppo sfuggente per le coscienze umane che si ritengono fondate sulla ragione (duale!); allora è necessario - ancora individualmente, sapete? - stabilire una coscienza fondata sulla Intellezione, che è la visione diretta della Verità (che è per definizione Una) che il cuore contiene.
Se credete che siano parole, vi sbagliate; ma lo crederete fermamente finché non avrete il coraggio di verificare che si tratta non solo di fatti, ma dei soli fatti che corrispondono al Vero.

UNO scudo

giovedì 28 luglio 2016

Fuori e mai fermi

Dalla Nave dei Folli affascinato,
l'àncora getto sulla riva del fiume.
Un lieve, mobile, baluginìo di fiamma
l'acqua che scorre
spegne tra le schiume.

« Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca? ... La follia e il folle diventano personaggi importanti nella loro ambiguità: minaccia e derisione, vertiginosa irragionevolezza del mondo, e meschino ridicolo degli uomini. » [Michel Foucault]

Archeologia del sapere


Il Lavoro è simile a quello dell’archeologo, che scava per trovare un prezioso bene sepolto, antichissimo, una testimonianza della vita di qualcosa che non si osava sperare fosse mai esistito.

Il terreno di questo scavo è colui stesso che scava, e la Pratica è lo strumento con cui lo scavo, profondo e delicato, viene effettuato, nella pazienza e nell’attenzione.

Ogni volta esso rivela una piccola porzione dell’Essere, e lascia così immaginare il Tutto; ma ad ogni ulteriore porzione scoperta, il Tutto sembra doversi immaginare diverso, e sembra essere sempre più vasto di quanto lo si era osato immaginare.

Ciò dipende da un fatto particolare che solo sulla Via si verifica: è la Pratica a scavare, ma è la Pratica stessa – anche – a produrre quel bene sepolto che essa stessa porta alla Luce.

Perché solo sulla Via ciò si verifica? Perché l’archeologo porta alla Luce la testimonianza di ciò che è morto, la Pratica è vivificante e porta dunque alla Luce la testimonianza di ciò che è Vivo, e di ciò a cui solo il Vero dà Vita.


Scavando