mercoledì 5 aprile 2017

Piena dis-occupazione

E se tutti quelli che non trovano lavoro e che hanno persino smesso di cercarlo si mettessero a lavorare gratis? Non avrebbero niente da perderci, occuperebbero il tempo che li annoia, sceglierebbero certo qualcosa che a loro piace fare e che sanno fare bene.
Sconvolgerebbero le regole... pensandoci su, forse commetterebbero anche un reato perché lavorando in libertà non avrebbe senso chiedere una licenza o aprire una partita IVA o pagare le tasse, dato che non guadagnano niente... e forse farebbero arrabbiare quelli che per fare lo stesso lavoro chiedono di essere pagati, certo.
Se ricevessero in cambio da qualcuno un piccolo dono, magari delle uova come si faceva una volta, o una gallina, dovrebbero dichiararla al fisco? Chiedere a un commercialista, non lo so.
Di colpo però, una cosa così piccola, semplice e banale sconvolgerebbe ogni regola economica e obbligherebbe a trovare un nuovo modo di stare insieme.
Pensate al disagio di chi deve chiedere una prestazione, che so, una riparazione delle scarpe rotte a uno che non chiede niente in cambio... non sentirebbe il desiderio spontaneo di restituire in qualche modo il favore? e non modificherebbe con ciò la base stessa della relazione umana col ciabattino?
Non sarebbe costretto ad apprezzarne il lavoro come opera umana invece di sentire il diritto di pretendere che il dover pagare gli attribuisce? "Lavoro, guadagno, pago, pretendo!" diceva una volta la macchietta del commendatore meneghino tronfio e benestante. Ma se non devi pagare, non puoi pretendere; con ciò non hai più diritti, e sei costretto ad apprezzare l'opera di un altro come necessaria a te, e apprezzarla come dono spontaneo che ti viene fatto, una benedizione!
E così via... basta divertirsi a considerare le conseguenze di questo gesto rivoluzionario e pericolosissimo per le sorti di questa società: si va molto lontano.
Se non avete niente da fare perché manca il lavoro retribuito (il lavoro in sé, quello vero perché utile, non manca mai, però.), fate gratis il vostro lavoro. Il vostro, non quello che vi pagano e che siete costretti a fare perché è l'unico che pagano, quello che non serve a niente, e a nessuno tranne che a chi vi paga.
Fate gratis il vostro lavoro, ma fatelo in autonomia, non "sotto padrone". Abbiamo i padroni che ci scegliamo, e se smettiamo di eleggerne a tale rango, cominceremo forse a essere padroni di noi stessi.
Ma questo - forse - è un altro discorso.

lunedì 20 marzo 2017

La solitudine dell'escursionista

Chiunque abbia un poco di esperienza di escursioni in montagna, saprà come la dura esperienza consigli di adottare delle apposite tecniche di ascesa.
Zaino (leggero, con l'indispensabile nutrimento e l'acqua) in spalla, un bastone da battere in terra per spaventare i serpenti, dotato un gancio in cima per aggrapparsi a qualche appiglio quando il piede scivolasse. Ma soprattutto, il passo: regolare, non troppo veloce, non troppo lento, ritmato e mai variato.
Lo sguardo fisso verso l'alto (ma avendo una buona visione laterale), sia in senso fisco che in senso metafisico. E si va, avendo in animo una meta. Una delle mie preferite era il Pozzo delle Nevi. Che si trova molto in alto, ma apre una bocca che penetra nelle profondità più inaspettate.
Di solito, l'escursionista ama andare da solo, specie se è nella sua natura; oppure in compagnia di compagni esperti. In montagna, si saluta con cordialità chiunque si incontri, e talvolta capita che con alcuni si vada nella stessa direzione. E allora, il solitario, l'Afrad, trova compagnia silenziosa e confortante.
Capita (a me è capitato) di incontrare degli amici a valle, venuti per una vacanza breve. Un gruppo al quale, parlando, può accadere che si racconti l'intenzione di salire al Pozzo la mattina seguente.
Certo alcuni degli amici diranno: "Ah, veniamo anche noi!", mentre altri diranno: "Ah, io no! sono qui per riposarmi e mangiare bene!".
Il solitario escursionista non sa trarsi d'impaccio, e si impegna ad accompagnare su impervi viottoli i volenterosi, suggerendo loro di attrezzarsi in modo adeguato.
Al mattino presto, all'alba, preso appena il primo caffè, si avanza.
L'escursionista volenteroso e inesperto ha portato la macchina fotografica; si ferma ad osservare i paesaggi con commenti di meraviglia estatica; li indica ai suoi compagni, ne pretende lo stupore. Poi, avanzando scopre un cespuglio di rovi con le more: si ferma a raccoglierne, le offre agli amici, commenta..., in quota si trovano persino i lamponi!  poi, dopo appena un'ora si dice stanco, si deve riposare e bere un po' d'acqua; e un'ora dopo constata quanto l'aria di montagna metta appetito e chiede di fermarsi per mangiare un panino con i salumi del luogo che sono così buoni, specie con quell'aria frizzante...
Poi si guarda intorno soddisfatto dell'esperienza. E una attimo dopo si sgomenta: dov'è finito l'escursionista esperto al quale si era affidato come guida? Fuor di portata di vista e di voce. Ché lui ha proseguito con il suo passo costante, lo sguardo verso l'alto, l'intenzione verso la meta, consapevole che la rottura di ritmo lo avrebbe sfiancato, fisicamente e moralmente, e non  sarebbe mai arrivato al Pozzo. Là dove, solo là, intendeva riposare, mangiare e bere qualcosa, osservare, bearsi del panorama e dell'aria, e della luce, prima del ritorno rilassato e soddisfatto.
Non era uno che si guardava indietro, e lasciava che ognuno scegliesse cosa fosse meglio per sé; così, al Pozzo era giunto solo. Un solitario viandante, come era nella sua natura di Afrad.
Degli altri compagni sapeva che li avrebbe incontrati se fosse tornato a valle lungo lo stesso sentiero, stremati e forse spaventati, ché il tempo passa e all'imbrunire il cammino in montagna è pericoloso. Il buio, lì, giunge improvviso.
Ma sarebbe tornato indietro? Per ogni escursionista solitario vi è - sempre - un'ultima escursione.

L'ingresso naturale del Pozzo della Neve (di uno di loro...)

mercoledì 15 marzo 2017

Reazioni vitali del terzo tipo

Gli antichi dicevano che la vita è la capacità di reagire.
Se fosse possibile "costruire" un organismo come si fa con una macchina, si tratterebbe poi di metterlo in moto, una volta che tutti gli organi fossero compiuti.
Allora si imprimerebbe una forza in un determinato punto attivando una funzione e un automatismo.
Gli organismi, maxime quello umano, sono fondati sulla dualità e - si dice - sull'alternanza delle funzioni.
Dunque imprimendo una forza iniziale di grande potenza su, poniamo, il ramo simpatico del sistema neurovegetativo (quello che sostiene le funzioni vitali oltre la volontarietà), si genererebbe un eccesso in quella polarità della funzione vegetativa complessiva.
Tale eccesso, raggiunto il proprio limite (come alcune macchine hanno il limitatore di velocità, così gli organismo hanno dei sensori di eccesso), cadrebbe precipitosamente avendo innescato la polarità opposta (quella parasimpatica) a compensazione riequilibrante dell'eccesso iniziale.
La crescita della parasimpaticotonia fino all'eccesso, genererebbe di nuovo l'attivazione della polarità opposta, quella simpatica, in funzione equilibrante, e così via.
Questo equilibrio instabile, frutto di alternanza di polarità e della pulsazione che ne deriva, è la vita.
Il meccanismo è un automatismo, la cui durata è quella che è; quella che la forza cinetica di reazione a se stessi consente, e che va progressivamente esaurendosi, in assenza del ripetersi di quell'impulso iniziale che ha generato l'automatismo.
Immaginando invece, (ma solo immaginando ché non è mai stato possibile) che l'impulso possa ripetersi costantemente e che quindi la reazione organica non sia più frutto dell'automatismo insito nel suo funzionamento, ma sia risposta alla forza di una potente impulso esterno, ecco che la vita diventerebbe Vita.
Immaginando questa assurdità, si assisterebbe forse a un superlavoro dell'organismo, che ne muterebbe il metabolismo e potrebbe affaticare alcuni organi deputati alla trasformazione dell'energia in materia e viceversa, come ad esempio cuore e fegato. Ma ciò non sarebbe una malattia, ma una guarigione, o meglio una trasformazione... perché l'organismo che è alimentato dalla Vita non è lo stesso organismo che è alimentato dalla vita meramente organica ed automatica.
L'affaticamento dell'organismo intero, nella sua unità, dovrebbe essere ampiamente lenito (o almeno reso possibile) da un lento adattamento di esso al superlavoro, a una sorta di allenamento.
Quel che ne risulterebbe sarebbe una forma Vivente molto meno legata all'organico, alla carnalità e alla tirannia di essi, un essere davvero libero.

Antica Madre dormiente


sabato 11 marzo 2017

Nova salus

Come mi è capitato di far notare più di una volta, si riscontra sia in ambito psicologico che in ambito medico una ridotta risposta di molti soggetti ai trattamenti.
In alcuni casi ho sentito affermare da operatori sanitari di lunga esperienza che "la gente non guarisce più". E' una sensazione comune a molti clinici con una carriera superiore ai vent'anni.
La ragione è che l'uomo è cambiato, mentre i parametri medici che lo descrivono non si sono ancora adeguati. Esistono degli umani che sono evoluti non tanto nella loro natura organica e quindi somato-psico-energetica, quanto nella modalità funzionale, il che significa metabolica.
Le cure, o gli accorgimenti, o i consigli esperti di ordine salutistico, risultano per quanti si sono incamminati verso la qualità evoluta dell'essere umani, inefficaci e persino, non troppo raramente, nocivi o aggravanti eventuali patologie, perché tendono a farli permanere nella vecchia condizione mentre evolvono! Il che equivale a porre un peso sulla testa di un bambino per impedirgli di crescere troppo... solo perché lo si ritiene patologico e non si vede che la nuova generazione sarà alta mediamente due metri.
Chi voglia, tra i medici e gli psicologi, indagare sulla natura umana per portarle giovamento, si trova dunque a dover decidere quale tipologia di individui intende studiare e conoscere profondamente, perché la vecchia umanità è già ben conosciuta e parametrizzata, e si tratta quindi di stabilire quale approccio le sia più giovevole tra le migliaia disponibili e spesso tra loro in conflitto; mentre la nuova umanità è sconosciuta anche a chi ne fa parte, e quindi genera un ambito di conoscenza del tutto nuovo, il cui approccio è globale (non uso la parola "olistico" per i significati pseudo esoterici o esotici che la cultura gli ha attribuito); globale significa che il dettaglio non è più significativo, l'analisi di esso è del tutto inutile e porta anzi fuori strada; globale significa che la dimensione spirituale dell'uomo (quella vera, non quella sentimentale!) sta prepotentemente entrando a far parte della sua interezza, come il sangue che scorre nelle vene. Questa nuova dimensione non può più essere colta se non con la Conoscenza Globale, che appartiene in nuce all'uomo nuovo, ma è ignota all'uomo vecchio.
Dunque è bene che chi si occupa di salute (degli altri) impari innanzitutto a riconoscere la vera qualità di chi sta curando, se appartenga alla vecchia o alla nuova umanità; e che non tenti ostinatamente (la buona volontà finisce per diventare a volte arroganza) di curare con i vecchi parametri diagnostici e i vecchi strumenti l'uomo nuovo.
E' di recente acquisizione la statistica che vede (almeno in Italia) la drastica riduzione delle nascite e la conseguente aumentata quantità di vecchi: ciò corrisponde al fatto che l'uomo vecchio è, oggi, ancora in netta e drastica, crescente maggioranza: si tratta di quell'umanità che va a terminare senza riprodursi perpetuandosi; mentre l'umanità nuova, nascente emerge da questi flutti oscuri ancora con difficoltà e fatica, in numeri estremamente esigui: ma è questa l'umanità che cresce e si moltiplicherà, ed è bene pore attenzione ad essa e sostenerla nella sua crescita, come si fa con in bambini che gli adulti proteggono con amore.
In alcuni uomini della vecchia specie, il seme dell'uomo nuovo è stato gettato alcuni decenni fa, e potrebbe in questo momento germogliare. Chi ne avesse percezione, farà bene a considerarlo e a considerarsi con occhi nuovi.

Per chi voglia, faremo riferimento a questo nel nostro prossimo incontro del 19 marzo.



domenica 26 febbraio 2017

Conoscenza, Cultura...

Nell'Antichità vi erano Centri in cui si praticava e si trasmetteva la Conoscenza.
Man mano che essa si estendeva agli allievi, il Centro cresceva di fama e diveniva un Polo di attrazione per i saggi di ogni parte del mondo che vi affluivano. Saggio era infatti colui che ricercava la Conoscenza, Maestro chi la possedeva già.
Alcuni, poi, si allontanarono dal loro Centro di origine e credettero che la Conoscenza ricevuta fosse diventata proprietà personale, così che ritennero di poterne fare ciò che volevano.
Così crearono altri centri, in cui insegnavano ciò che avevano appreso facendo di ciò una professione.
Da quel momento nacque la Cultura.
Dunque, la Conoscenza è viva, è anzi la vita stessa operante conosciuta mentre opera, mentre la Cultura è la somma delle esperienze che, chi è stato vissuto dalla Conoscenza, ha trascritto a memoria di quegli eventi, ormai passati, e morti.
La Conoscenza  non muore, perché la Vita in sé non lo fa; la Cultura è già morta da tempo.
La Conoscenza trasforma l'uomo, la Cultura è dall'uomo trasformata.
Così la Conoscenza non può essere venduta, e la Cultura non può che essere venduta. La Conoscenza trasmette Vita, la Cultura trasmette denaro.
Quelli che vengono alla Conoscenza per strapparle qualcosa da rivendere sul mercato della Cultura, devono sapere che stanno rivendendo vilmente la Vita che era stata loro donata, e che la vita venduta non si rigenera, e si esaurisce presto nella sterilità.


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giovedì 23 febbraio 2017

Padri

Un tale litigava continuamente con il padre, col quale era sempre in conflitto. Diceva di odiarlo.
In realtà si amavano, ma è nell'istinto animale dei mammiferi (umani e no) combattere per ottenere il potere sul branco, e il primo avversario è proprio il padre capobranco. Il fine è prenderne il posto, essere lui, non nella sua identità (che si nega), ma nella sua funzione.
D'altronde questo è il sentimento che, nell'uomo, si è sublimato in quello religioso: il più grande dei capobranco universali è Dio, e l'uomo vuol essere Lui, cerca l'identificazione con Lui.
A quel tale che odiava il padre, il padre morì, e così il conflitto che lo agitava cessò. Ne prese naturalmente il posto. E la pace scese nel suo cuore.
Prese a riflettere: per ottenere questa pace non avrebbe potuto uccidere il padre senza aspettare tanto? Certo, avrebbe potuto, ma confrontarsi con lui era troppo pericoloso, perché era forte; e, diventato vecchio, non era più un grande avversario, non valeva la pena, bastava attendere che morisse.
D'altronde questo è il sentimento che, nell'uomo, produce l'agnosticismo (il rimuovere del tutto l'esistenza di un padre) o l'ateismo (il negare l'esistenza del padre o della sua potenza).
Quel tale continuò a riflettere, e si disse che, sempre, per eliminare un conflitto e pacificarsi non vi è che un mezzo: la fine fisica dell'elemento con il quale si entra in conflitto.
D'altronde questo è il sentimento che, nell'uomo, genera ogni guerra, ogni lotta, ogni violenza, con la scusa che sta cercando e producendo pace.
Perché il conflitto è nell'uomo, in quanto la scintilla che lo tiene costantemente in vita, è come l'effetto dello sfregamento di due pietre una sull'altra. Così l'uomo non comprende che eliminare fisicamente, o rimuovere ignorandone volutamente l'esistenza, ciò con cui è in conflitto, è un suicidio; una pietra da sola non produce scintille (ricordate il koan "qual è il suono di una mano sola?")
Il Padre Archetipico non muore, non può. Né muoiono i Fratelli. Perché a ogni padre che muore si sostituisce un figlio che ne assume il potere, e i suoi figli.
La verità è che uccidere il Padre è possibile solo uccidendo se stessi; e molti usano l'intera propria vita per farlo.

Il Deserto dei Padri


martedì 21 febbraio 2017

Sapienza, Conoscenza...

La Sapienza è di chi sa che esiste l'Albero del Pane, in lontane lande, e ne serba la descrizione e l'immagine da altri riportata.
La Conoscenza è di chi sa quali sono le condizioni perché l'Albero del Pane possa svilupparsi, le ri-produce, lo fa nascere, VIVERE, e lo rende parte della nostra vita qui ed ora.
Sapere è indagare ciò che non si può vivere; Conoscere è vivere TUTTO senza indagare.
l'Albero del Pane